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Tragedia di Canne Greche, udienza preliminare il 20 ottobre per le cinque persone ritenute responsabili

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L'esplosione in località Canne Greche

Il gip di Perugia, Angela Avila, ha fissato per il 20 ottobre prossimo l’udienza preliminare per l’incendio avvenuto il 7 maggio 2021 a Gubbio, in località Canne Greche, che distrusse un edificio adibito a laboratorio per il trattamento della cannabis light e portò alla morte di due dipendenti.

Fatti per i quali il sostituto procuratore di Perugia, Gemma Miliani, il 13 luglio scorso ha chiesto il rinvio di cinque persone responsabili dell’attività, gestori e uno dei proprietari dello stabile dove era il laboratorio, difesi dagli avvocati Luca Maori, Monica Bisio, Gervasio Paolo Cicoria e Donato Bugno. 

Omicidio doloso e lesioni dolose, omissione dolosa di cautele per la prevenzione degli infortuni sul lavoro e incendio doloso tra le accuse contestate. Fu l’utilizzo di un solvente altamente infiammabile come il pentano e di lavatrici a ultrasuoni – secondo gli inquirenti – ad innescare l’incendio e l’esplosione che devastarono lo stabile e uccisero Samuel Cuffaro, 19 anni, ed Elisabetta D’Innocenti, 52 oltre al ferimento di altri due dipendenti.

Il sostituto procuratore Gemma Miliani ha ritenuto configurabile in relazione alla particolare gravità dell’attività il dolo sia pure eventuale (sulla scia del rogo Thyssen a Torino) piuttosto che la colpa, come invece ipotizzato nella prima fase delle indagini. Il laboratorio è risultato riconducibile a due società che si occupavano una della «coltivazione di piante aromatiche e farmaceutiche» e l’altra del «commercio all’ingrosso di fiori e piante», secondo gli inquirenti entrambe con la stessa sede legale e soggettivamente collegate.

Da subito venne ipotizzato che l’incendio si fosse verificato in conseguenza della tecnica di abbattimento della percentuale del Thc della cannabis, «inventata» da uno dei soci. Emerse che era stato allestito un vero e proprio laboratorio al primo piano dell’immobile, dove erano state collocate «lavatrici» ad ultrasuoni nelle quali venivano introdotte le infiorescenze di canapa e il pentano. Con il «lavaggio» – ha spiegato la Procura nell’avviso di conclusione delle indagini – veniva fatto sì che il livello di principio attivo risultasse sotto allo 0,6% e quindi che la cannabis potesse essere qualificata come light. Tecnica pubblicizzata anche on line tanto che – sempre secondo gli inquirenti – erano giunte anche commesse da parte di terzi, produttori e coltivatori. Nel corso delle indagini, i carabinieri avevano ricostruito l’intera giornata della tragedia, definendo ruoli e compiti di vari soggetti. Secondo la Procura gli approfondimenti tecnici hanno confermato che quanto successo un anno fa è riconducibile all’incendio alle sostanze infiammabili presenti all’interno dei locali. Per il consulente tecnico del Pm, la lavorazione era «oggettivamente pericolosa» perché’ prevedeva che un solvente infiammabile venisse immesso in lavatrici ad ultrasuoni, che si surriscaldavano rapidamente generando un «enorme» rischio di incendio.