Don Claudio Crescimanno: “Sant’Ubaldo non cercava gli applausi. Fu un padre spirituale. Disposto a soffrire pur di difendere la fede”

di DON CLAUDIO CRESCIMANNO

Nessun sacerdote che abbia avuto la grazia di vivere a Gubbio, di conoscere questo popolo e di vedere da vicino il suo amore per il patrono, può restare indifferente a una figura come quella di Sant’Ubaldo. E credo che questo valga ancora di più per chi ha esercitato il proprio ministero per diversi anni in questa diocesi, respirando una devozione che non è soltanto tradizione popolare, ma qualcosa di molto più profondo. Perché Sant’Ubaldo entra nel cuore. Vi entra non soltanto per la bellezza commovente della Festa dei Ceri o per l’affetto straordinario che il popolo eugubino continua ad avere per lui dopo quasi nove secoli, ma perché attraverso questa figura si comprende che cosa sia davvero un vescovo cattolico. E in un tempo di profonda crisi della Chiesa, questo segna per tutta la vita.

Vedere come vivevano i grandi vescovi della cristianità medievale, vedere il loro amore per Dio, il loro senso della verità, la loro dedizione totale alle anime, aiuta a capire quanto alta sia la missione episcopale e quanto drammatica sia la crisi che stiamo attraversando oggi. Sant’Ubaldo non fu un amministratore. Non fu un uomo preoccupato di piacere al mondo. Fu un padre spirituale. Un custode del suo gregge. Un uomo disposto a soffrire pur di difendere la fede e condurre il suo popolo verso Cristo.

I suoi stessi contemporanei, almeno inizialmente, faticarono a comprenderlo, perché egli impose disciplina dove regnava il disordine e richiamò tutti alla serietà della vita cristiana. Ma un vero vescovo non è colui che rincorre il consenso: è colui che conduce le anime verso Dio, anche quando questo costa sacrificio, fatica e incomprensioni. Ed è proprio questo che colpisce tanto della figura di Sant’Ubaldo: il totale primato di Dio. La Chiesa, per lui, non era il luogo dell’autocelebrazione dell’uomo, ma il luogo della gloria di Dio e della salvezza delle anime. Anche le manifestazioni più grandi e commoventi della devozione popolare acquistano significato soltanto se conducono a questo centro.

Ed è per questo che la Festa dei Ceri continua ancora oggi a entusiasmare e commuovere in modo così autentico e profondo: perché nasce da una fede vera. Gli antichi statuti raccontano di uomini che salivano il monte “giubilanti e lieti”, con i ceri accesi nelle mani. Dopo la morte del santo, gli eugubini accorrevano ogni giorno alla sua tomba con candele accese, cantando inni e lodando Dio. Attenzione: lodando Dio attraverso il loro santo vescovo. Perché Sant’Ubaldo non ha mai indicato sé stesso come meta finale. Ha sempre indicato Cristo. “Per Ubaldum ad Jesum”: per Sant’Ubaldo a Gesù.

E questo emerge soprattutto negli ultimi giorni della sua vita. Come ha ben ricordato il professor Luigi Girlanda, nella sua commovente “lettera ideale di sant’Ubaldo agli eugubini”, nella Pasqua del 1160, ormai consumato dalle malattie e quasi incapace di reggersi in piedi, volle essere portato ugualmente in cattedrale per parlare ancora una volta al suo popolo. E il suo biografo racconta che in quell’ultima omelia parlò della gloria eterna del Paradiso e delle pene eterne dell’inferno. Questo aveva nel cuore un santo vescovo. Non il desiderio dell’applauso umano. Non la ricerca del consenso facile. Ma la preoccupazione tremenda e meravigliosa della salvezza eterna delle anime.

Per questo Gubbio gli ha attribuito nei secoli un titolo impressionante: “Terrore dell’inferno”. Perché Sant’Ubaldo combatteva la vera battaglia: quella contro il peccato, contro il male, contro tutto ciò che separa l’uomo da Dio. Quando le undici città nemiche assediarono Gubbio, egli non partì anzitutto dalle armi. Fece pregare il popolo. Fece digiunare. Fece confessare gli eugubini. Sapeva che una città resta forte solo quando resta fedele a Dio.

Ed è forse questa la lezione più urgente anche per noi oggi. Perché il pericolo più grande non è perdere una tradizione esteriore. Il pericolo più grande è perdere l’anima cristiana che ha generato quella tradizione. Alla fine dell’inno che tutti cantiamo compare un verso bellissimo: “E noi col Protettore il Ciel coroni.” Questa è la meta che Sant’Ubaldo desidera per il suo popolo: non una gloria terrena che passa, ma la corona eterna del Paradiso.

E allora oggi chiediamo davvero al nostro santo patrono di custodire ancora Gubbio. Di custodire le famiglie, i giovani, gli anziani, la fede semplice e profonda che ancora resiste in parte del suo popolo. E chiediamogli soprattutto di ridonare alla Chiesa pastori santi, forti, coraggiosi, totalmente consumati da Dio, come lui.

Sant’Ubaldo, padre degli eugubini, guida ancora il tuo popolo verso Cristo.