Tutti per i Ceri, nella giornata del 15 maggio più lunga e bella che gli eugubini vivono fino in fondo, trascinando tra l’entusiasmo quanti vengono da ogni dove. Si corre, si canta, ci si appassiona, ci si diverte in una festa di popolo che non è mai una gara. Si prendono la scena i protagonisti, i Capitani Daniele Pencedano e Stefano Pauselli, i Capodieci Gabriele Fofi di Sant’Ubaldo, Francesco Spogli per San Giorgio e Alessandro Lepri di Sant’Antonio.
VivoGubbio racconta i Ceri in modo diverso, evitando le stesse interviste e storie conosciute in lungo e in largo per andare a cogliere qualcosa di speciale, come la festa al femminile. Per questo ha scelto una donna speciale.
Un vulcano in continua eruzione, tra sentimenti e passioni, entusiasmo e cuore d’oro, amore assoluto per la propria terra, il patrono Sant’Ubaldo e le tradizioni, espressioni colorite all’infinito, senso della famiglia e dell’amicizia. Marcella Marcelli Minelli è di tutto di più. Lo sanno anche tutti quelli che, a migliaia, la seguono quotidianamente sui social, dove ha scelto di raccontare e di raccontarsi coi pensieri in libertà, trovando le parole che vengono dall’anima senza girarci attorno e marcate dai passaggi in dialetto che non mancano mai. Nessuna meglio di lei può raccontare la festa dei Ceri al femminile.
Marcella, da dove cominciamo?
“Sono la Castrina, sono nata in via del Popolo numero 20, nel cuore di San Martino, vicino alla Piciulla, la Giulia moglie del povero Innocenzo Migliarini, che era sangiorgiara ma non lo diceva mai per portare onore al marito e a quella famiglia di santubaldari doc. Quanta gente e quanti ceraioli ho incontrato sulla mia strada in tutti questi anni, ognuno mi ha lasciato qualcosa”.
Si dice: donne e motori, gioie e dolori. Per i Ceri com’è?
“Innanzitutto noi donne mettiamo al mondo i ceraioli, che sia chiaro! Io vivo i Ceri né più né meno come gli uomini, non li ho portati ma li ho sempre nel mio cuore. In tempo di guerra le donne li hanno anche presi, come la celebre indimenticabile Peppona, la nonna di suor Agnese. Mi vanto di non aver mai visto correre i Ceri da una finestra, io voglio vedere da vicino e sentire tutto. Dico sempre guardate sotto e mai per aria”.
Cosa sono i Ceri al femminile?
“Finché mio marito Luigi, ‘LBillo, ha preso Sant’Ubaldo per 19 anni con la muta della Statua e altrettanti è toccato Matteo, sono stata in pena per il figlio e meno per Gigi, forse perché ero più giovane e anche inconsapevole. Mio marito l’ho sempre visto ceraiolo, stiamo insieme da 58 anni e quando ha alzato il Cero Mezzano nel 1966 eravamo già fidanzati. Proprio quell’anno i Ceri Mezzani vennero rifatti e l’indimenticabile Umberto Vispi, il Tacche, gli disse che l’avrebbe alzato. A quel tempo non si chiedevano i voti e ricordo che non c’era stato alcun rinfresco perché di soldi non ce n’erano. La corsa andò bene. Oggi sono felice che per i 60 anni farà il Capodieci suo nipote Umberto Vispi, che porta proprio il nome del nonno”.
Lei è cresciuta in una casa di ceraioli doc: ha influito sul carattere e il percorso?
“Mio nonno Pulpettone, cioè Luigi Poggi, e mia mamma Iole mi hanno trasmesso la passione. Non mi hanno cantato la ninna nanna ma… San Giorgio è bell’è cotto! Era tutto genuino”.
Ci sono ancora i ceraioli di una volta?
“Vedo in giro per i vicoli molti ubriachi, direi troppi. Molti non sanno cos’è veramente la festa e non se la godono. Nessuno una volta voleva fare il Capodieci, volevano sentirlo sulle spalle e non era interessato a tirare il coccio”.
Cosa cambierebbe della festa?
“Le cene per cercare i voti, gli accordi per alzare il Cero e per entrare sotto il Cero. Serve più amicizia e meno ripicche. Tutti vogliono prendere il Cero, che è di tutti ma non è per tutti. Un Capodieci può essere alto, robusto e con gli occhi belli, ma se non ha la grinta e lo spirito da vero ceraiolo non va da nessuna parte. Una volta a noi giovani dicevano che i Ceri erano la porta di Sant’Ubaldo, la brocca e non andare con i ragazzi la sera prima perché poi l’indomani potevano aver dimenticato”.
Cosa manca rispetto a quando lei era una bambina e una ragazza?
“Soprattutto l’amicizia, non c’era l’invidia che invece ora dilaga. Mancano le feste spontanee tra amici. Allora se ne facevano tante e oggi è diverso. La festa dei Ceri di Gubbio non è quella di San Firmino a Pamplona, parecchi se le confondono!”.
Le donne stanno rivendicando sempre più spazio nella festa?
“Ci sono tante cose diverse dal passato. Qualche donna comanda e prende le decisioni, anche se poi bisogna vedere quante se ne concretizzano. Però, ricordate sempre: ad Adamo la mela gliel’ha data Eva. Si sa chi comanda e condiziona veramente”.
Ci sono troppe “magnate” o è un luogo comune?
“Troppi pennoni, magnate e sbornie. Bisogna darsi una regolata, una volta ci si conteneva di più e c’era maggiore rispetto”.
Le viene in mente qualche idea per coinvolgere ancora di più le donne?
“Possono dare dei buoni consigli. Il giorno dei Ceri non faccio distinguo tra uomini e donne. Ero gelosa delle santantoniare, come la mia amica Loredana Ghigi, che prendevano il Cero durante la mostra, mentre io non potevo. Mio nonno Pulpettone mi ha insegnato a essere sempre forte e a non far vedere ai sangiorgiari la benché minima debolezza nelle difficoltà. Una volta sono caduta sulla barella, mi sono fatta male e usciva parecchio sangue: il nonno mi disse che non dovevo piangere perché mi avrebbero visto i sangiorgiari”.
Se avesse potuto, avrebbe fatto il Capitano e il Capodieci?
“Né l’uno né l’altro. Avrei fatto il ceppo, data l’altezza, o il braccere. Naturalmente con la muta della Statua”.






































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