Cari eugubini,
sono San Giorgio. E la prima cosa che voglio dirvi è questa: sono esistito davvero.
Lo so che molti di voi non ne sono sicuri. Lo so che quando si dice il mio nome la mente va subito al drago, alla principessa, al cavaliere che arriva al momento giusto, e che tutto questo sa più di fiaba che di storia. Capisco il dubbio. Ma il dubbio è sbagliato, e voglio spiegarvi perché.
A Lydda, in Palestina – quella che oggi si chiama Lod, in Israele, a pochi chilometri dall’aeroporto internazionale – c’è ancora una basilica che porta il mio nome. Le sue fondamenta più antiche risalgono all’epoca di Costantino, il primo imperatore cristiano, che morì nel 337. Questo significa che quella chiesa fu costruita quando il mio martirio era avvenuto da pochissimi decenni, quando c’erano ancora persone in vita che ricordavano il mio nome, il mio volto, la mia storia. Non si costruiscono basiliche per le fiabe. Si costruiscono per i martiri.
C’è di più. Nel 368 – sessantacinque anni dopo la mia morte – qualcuno fece incidere su una pietra nella regione della Batanea, a nord-est del Giordano, queste parole: casa dei santi e trionfanti martiri Giorgio e compagni. Un’epigrafe. Pietra e scalpello. Una cosa che si tocca, che si può vedere ancora oggi, che non mente. Non si incidono nella pietra i nomi delle leggende.
Sono esistito. Ero un soldato, nato in Cappadocia – quella regione dell’odierna Turchia dove le chiese rupestri portano ancora la mia immagine dipinta sulle pareti di tufo – e mi ero arruolato nell’esercito di Diocleziano, l’imperatore romano che alla fine del terzo secolo governava il mondo conosciuto con pugno di ferro. Ero un buon soldato, forse uno dei migliori. Alcune fonti dicono che facevo parte della guardia personale dell’imperatore. Avevo una carriera davanti, un futuro garantito, il rispetto di chi mi stava intorno.
Poi, nel 303, Diocleziano emanò l’editto di persecuzione contro i cristiani. Ogni soldato dell’impero doveva sacrificare agli dèi pagani come atto di fedeltà all’imperatore. Era un ordine. Era la legge. Chi non obbediva sapeva cosa rischiava. Voglio fermarmi qui un momento, perché so che oggi – anche dentro la Chiesa, anche tra persone di buona volontà – c’è chi pensa che una legge emanata dalla legittima autorità vada obbedita per il solo fatto di essere legge. Voi direste: “democraticamente approvata”. Ma io vi dico che una legge non è buona perché viene dall’alto. Una legge va rispettata quando non mette in pericolo la nostra salvezza, e quando la mette in pericolo, non solo si può disobbedire, si deve. Non perché siamo superiori alla legge, ma perché c’è Qualcuno che è superiore a qualsiasi legge umana, e davanti a Lui ogni editto imperiale vale meno di niente. Allora bisognava scegliere: o la legge o Gesù. Sta ricominciando anche oggi, più silenziosamente, senza che molti se ne accorgano. Io non ho avuto dubbi. Ho scelto Gesù. Anche se questo costava la testa.
Così ho distribuito tutti i miei beni ai poveri e davanti all’imperatore mi sono dichiarato cristiano. Mi rifiutai di sacrificare agli idoli. Non è una leggenda. È la scelta di un uomo di ventotto anni che sapeva esattamente cosa stava facendo e lo fece lo stesso. Non per eroismo da romanzo, non per gloria, ma per Cristo, perché Cristo era più reale di qualsiasi carriera, di qualsiasi privilegio, di qualsiasi sopravvivenza. Venni arrestato, torturato, e infine decapitato il 23 aprile del 303.
Il drago, vi chiedo adesso, cos’è?
Voglio che sappiate una cosa che pochi conoscono, e che ribalta completamente il modo in cui si guarda di solito a questa storia. Per i primi otto secoli dopo la mia morte, nelle chiese, negli affreschi, nelle pietre scolpite, non c’era nessun drago accanto a me. Ero raffigurato come soldato a cavallo che trafigge un uomo, figura simbolica del persecutore pagano, dell’eretico, del nemico della fede. Non un ritratto reale, ma un’immagine: il male che si oppone a Cristo, quello stesso male che mi aveva condannato a morte, reso visibile in forma umana. Il drago arrivò dopo, a partire dall’XI secolo, quando i teologi e gli artisti medievali decisero di aggiungere un’immagine ancora più potente a quella storia già potente.
E badate bene: non lo fecero per ingenuità. Non lo fecero perché non sapevano distinguere la storia dalla leggenda. Jacopo da Varazze, il frate domenicano che nel Duecento raccolse tutte le storie dei santi nella sua monumentale Legenda Aurea, avvertiva esplicitamente i lettori che la vicenda del drago non era da prendere alla lettera, ma in senso simbolico. Il Medioevo sapeva benissimo cosa stava facendo. Prese un’immagine biblica antichissima – il grande drago rosso con sette teste e dieci corna dell’Apocalisse di San Giovanni, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e Satana, che seduce tutta la terra – e la cucì sulla mia storia perché la gente potesse vederla, toccarla, capirla con gli occhi. Non era superstizione. Era teologia in forma di racconto.
Questa storia vale la pena di conoscerla davvero, nei dettagli. Ve la racconto come la narra la Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, perché nei dettagli sta tutto.
In una città della Libia chiamata Silena viveva un drago il cui fiato pestilenziale uccideva chiunque si avvicinasse. Per placarlo, gli abitanti gli offrivano ogni giorno due pecore. Quando il bestiame cominciò a scarseggiare, decisero di aggiungere alla pecora un giovane estratto a sorte. Giorno dopo giorno, uno alla volta, i figli di quella città venivano dati in pasto al mostro. Fino al giorno in cui la sorte cadde su l’unica figlia del re.
Il re implorò il popolo, avrebbe dato oro, argento, metà del regno. Il popolo rispose con rabbia: “sei tu che hai fatto questo editto. Tutti i nostri figli sono morti. Perché vuoi salvare tua figlia?”. Il re ottenne otto giorni per piangere. Poi la vestì con gli abiti regali, la abbracciò e le disse tra le lacrime: ahimè, figlia mia dolcissima, speravo di invitare principi alle tue nozze, ornare di perle il palazzo, sentir suonare tamburi e strumenti, e invece tu te ne vai in pasto a un drago. Come avrei preferito morire prima di te.
La principessa cadde ai piedi del padre, ricevette la sua benedizione, e si avviò verso il lago.
Fu lì che mi incontrò.
La vidi piangere e le chiesi che cosa avesse. Mi rispose: “buon giovane, sali a cavallo e fuggi, altrimenti morirai con me”. Io dissi: “non temere. Dimmi piuttosto che cosa fai qui davanti a tutta questa gente”. Lei insistette: “vedo che il tuo cuore è generoso, ma vuoi morire con me? Fuggi in fretta”. E io risposi: “non me ne andrò di qui finché non mi avrai detto ciò che hai”.
Voglio che vi fermiate su questa frase. Finché non mi avrai detto ciò che hai; non solo i fatti, non solo la situazione. Ciò che hai dentro. Il tuo dolore, la tua storia, il peso che porti. Non intervengo senza prima capire davvero chi sei tu, cosa stai vivendo, perché sei qui. Il salvatore che prima di agire vuole conoscere. Non soccorre un’anonima vittima, soccorre una persona. Tre volte lei dice: scappa, morirai inutilmente. Tre volte io dico: non me ne vado.
Quando la giovane mi ebbe raccontato tutto, dissi: non temere, ti aiuterò nel nome di Cristo. In quel momento il drago sollevò la testa dal lago. Lei gridò: “fuggi, buon signore, fuggi svelto”. Ma io salii a cavallo, mi protessi con il segno della croce e lo affrontai. Lo ferì gravemente con la lancia e lo gettai a terra. Poi dissi alla principessa: “gettagli al collo la tua cintura, senza aver paura”. Lei lo fece — e il drago si mise a seguirla come un cagnolino mansuetissimo.
Lo condussero in città. La gente fuggì terrorizzata sui monti. Li richiamai: “non temete. Il Signore mi ha mandato da voi per liberarvi. Credete in Cristo, fatevi battezzare, e io ucciderò questo drago”. Il re e il popolo si convertirono. Uccisi il drago, che fu portato fuori dalla città da quattro paia di buoi. In quel giorno furono battezzate ventimila persone. Il re volle darmi una somma enorme di denaro. La rifiutai e chiesi che fosse distribuita ai poveri.
Capite cosa c’è in questa storia? Non è una fiaba cavalleresca. È la narrazione esatta di quello che fa Cristo, e di quello che fa chiunque porta Cristo nel cuore. Una città intera vive nella paura, si rassegna a dare i suoi figli al male uno alla volta, crede che non ci sia alternativa. Arriva qualcuno che non ha paura, che porta il segno della croce, che dice: questo finisce qui. E il male, che sembrava invincibile, che sembrava inevitabile, si rivela domabile. Non da solo: nel nome di Cristo.
E la principessa? I teologi medievali la identificavano con ogni anima umana, tenuta prigioniera dal peccato, condannata senza scampo, incapace di salvarsi da sola. È ciascuno di noi, incatenato sulla riva del lago, in attesa di qualcuno che venga. E qualcuno è venuto. Ogni volta che un cristiano sceglie Cristo invece del compromesso, invece della resa, invece dell’idolo di turno, quella principessa viene liberata. Viene portata fuori dal lago, verso la città, verso la vita.
Sono io che con Cristo ho già vinto, davanti a Diocleziano, scegliendo la testa tagliata invece dell’idolo da adorare. La lancia con cui trafiggo il drago è la stessa fedeltà con cui ho detto no all’imperatore. Non vince il soldato, vince Cristo nel soldato. Senza di Lui, la lancia non basta. Con Lui, nessun drago regge.
Sono nato da padre persiano e madre cristiana cappadoce. Mia madre mi ha insegnato la fede, una donna, ancora una volta una donna al centro di tutto. Sono cresciuto sapendo che Cristo era la verità più grande, e quando è arrivato il momento di scegliere tra quella verità e la mia vita, ho scelto la verità. Non voglio che pensiate che i martiri non sentano la paura, la sentono, eccome. Ma c’è qualcosa che è più forte della paura, e io l’avevo incontrato, e non potevo tradire quell’incontro anche quando costava tutto.
Dopo la mia morte il mio nome si è diffuso in modi che non avrei mai immaginato. Sono patrono dell’Inghilterra, della Georgia, del Portogallo, di Genova, di Ferrara, di Reggio Calabria e di decine di altre città e nazioni sparse per il mondo. Il mio nome in greco significa agricoltore, Giorgio, colui che lavora la terra — e anche questo mi piace, perché dice qualcosa di semplice e di vero: non sono nato grande, sono diventato quello che sono attraverso una scelta, non attraverso un privilegio.
A Gubbio mi avete vestito di azzurro. Nel resto del mondo il mio mantello è quasi sempre rosso, il colore del sangue, del martirio, della guerra. Voi avete scelto l’azzurro, il colore del cielo, della pace, della Madonna. Non so quando è successo e non so esattamente perché, ma mi piace pensare che Gubbio, senza saperlo, abbia visto in me qualcosa che gli altri non vedono sempre: che il guerriero non combatte per la guerra, ma per la pace. Che la lancia non è fatta per uccidere ma per proteggere. Che il coraggio vero non è il coraggio di chi non ha paura, ma di chi ha paura e sceglie lo stesso di stare dalla parte giusta.
Ogni anno i miei sangiorgiari corrono con tutto quello che hanno. Li vedo, li conosco uno per uno, so la fatica nelle loro gambe e l’orgoglio nei loro occhi. E in quello sforzo ostinato, in quel rifiuto di arrendersi, riconosco qualcosa che conosco bene. È la stessa voce che ho sentito io davanti a Diocleziano: Ancora, ancora, non fermarti adesso!
Non vi chiedo di diventare martiri, i tempi sono diversi e Dio sa cosa chiede a ciascuno secondo il proprio tempo. Vi chiedo solo di sapere chi è l’uomo che portate sulle spalle. Vi chiedo di guardare quella statua a cavallo con il mantello azzurro, così diversa da tutte le altre immagini di me che esistono nel mondo, così eugubina, così vostra, e di chiedervi: chi era questo ragazzo di ventotto anni che disse no all’imperatore più potente del mondo? Cosa aveva trovato di così prezioso da valere la sua stessa testa?
Quella “cosa” – Cristo, sempre Cristo, sempre Lui al centro di tutto – vale ancora qualcosa per voi?
Io spero di sì. Lo vedo ogni 15 maggio nello sforzo ostinato dei miei ceraioli, in quella voglia di non cedere, di non fermarsi. C’è qualcosa in quella corsa che somiglia alla fede vera, quella che non tratta, non scende a compromessi, non si rassegna. Correte, sangiorgiari. Correte per Sant’Ubaldo, che è il vostro patrono e il mio fratello. E se volete davvero darmi gloria, correte per Cristo, che è la ragione di tutto.
Il vostro soldato,
San Giorgio – Cappadocia, 275 circa – 23 aprile 303 Martire, megalomartire, patrono di Inghilterra, Georgia, Portogallo, Genova, Ferrara e anche un po’ di Gubbio, che lo ha vestito di azzurro








































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