Il professor Luigi Girlanda ci guida nella dimensione religiosa dei Ceri: scrive la lettera ideale di Sant’Antonio agli eugubini

Cari eugubini,

sono Sant’Antonio. Quello del fuoco, quello del deserto, quello che molti di voi confondono con l’altro santo omonimo, quello di Padova. Capisco come nasca questo malinteso, e non me ne lamento, perché anche lui ha amato Cristo fino in fondo e questo ci rende fratelli in modo più profondo di qualsiasi nome. Ma io sono venuto prima, e la mia storia è diversa dalla sua, e voglio raccontarvela, perché l’uomo che i miei ceraioli portano sulle spalle ogni 15 maggio merita di essere conosciuto davvero.

Sono nato in Egitto nell’anno 251 dopo Cristo e sono morto nel deserto della Tebaide il 17 gennaio del 357, e tra queste due date c’è una vita che vale la pena di conoscere.

Prima però voglio parlarvi di questa fiamma che tengo nella mano sinistra aperta verso di voi, perché quella fiamma non è un ornamento e non è una fantasia devota, dietro di essa c’è una storia di dolore e di misericordia che il Medioevo europeo non ha dimenticato per secoli, e che ancora oggi, se la si conosce, fa capire qualcosa di importante su chi sono e perché il mio nome è finito su questa festa.

Nel Medioevo europeo imperversava una malattia terribile che la gente comune chiamava con un nome semplice e devastante: il fuoco di Sant’Antonio. Non è quello di oggi, legato all’herpes zoster. Era invece causata da un fungo che contaminava la segale – il pane dei poveri, il cibo di chi non poteva permettersi altro – e i suoi sintomi erano strazianti: bruciori insopportabili agli arti, convulsioni, allucinazioni, e nei casi più gravi la gangrena che anneriva le membra fino a farle cadere, lasciando le vittime mutilate e disperate. Intere famiglie, interi villaggi si ammalavano all’improvviso senza nessuna spiegazione, e nessuno sapeva come fermarlo. Era il fuoco che bruciava dall’interno, invisibile e implacabile, contro cui nessun rimedio umano sembrava bastare.

E la gente veniva da me, veniva alle mie reliquie che dopo la mia morte avevano viaggiato dall’Egitto a Costantinopoli e da Costantinopoli alla Francia, e chiedeva guarigione con la fede disperata di chi non ha altro a cui aggrapparsi. E intorno a quelle reliquie nacque qualcosa di straordinario: un ordine di religiosi, gli Antoniani, che costruirono ospedali in tutta Europa per curare i malati di fuoco sacro, che li nutrivano con cibo sano e li assistevano fino alla fine con una dedizione che il mondo di allora non aveva mai visto organizzata in modo così capillare. Fu uno dei primi sistemi ospedalieri dell’Occidente medievale, e nacque dalla fede, dal nome di un vecchio eremita egiziano che aveva vissuto nel deserto secoli prima senza possedere nulla. Ecco perché tengo il fuoco nella mano — non per mostrare potere, io che ho passato la vita a spogliarmi di ogni potere — ma per dirvi che quel fuoco che bruciava la gente io l’ho vinto, e ve lo mostro domato, aperto sulla mano sinistra, come si mostra una cosa che non fa più paura.

Adesso lasciatemi raccontare chi sono davvero.

Avevo circa diciotto anni quando rimasi orfano, e mi ritrovai solo con una sorella minore, una casa e trecento campi di grano — la ricchezza costruita dai miei genitori con una vita intera di lavoro. Il mio futuro sembrava già scritto: avrei amministrato i campi, avrei sistemato mia sorella, mi sarei sposato, avrei avuto figli, avrei vissuto la vita dignitosa e ordinaria di un piccolo proprietario terriero nell’Egitto del terzo secolo, una vita che non era una brutta vita, era semplicemente la vita che si viveva.

Poi un giorno entrai in chiesa e il sacerdote stava leggendo il Vangelo di Matteo, e le parole erano quelle che Gesù disse al giovane ricco: Va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo, poi vieni e seguimi. Le avevo sentite altre volte, quelle parole, ma quel giorno le sentii come se fossero dette a me, in quel momento preciso, senza schermi e senza scuse, e capii che non potevo fare altro che obbedire — non per paura, non per obbligo, ma perché dentro di me qualcosa si era aperto e non poteva più chiudersi, come una finestra che lascia entrare una luce e dopo non riesci più a immaginare la stanza senza di essa.

Distribuii i trecento campi ai poveri del villaggio, vendetti tutto il resto, misi mia sorella al sicuro presso alcune donne cristiane, e me ne andai nel deserto. So cosa state pensando – che è una follia, e forse lo era – ma voglio che capiate una cosa fondamentale: non stavo fuggendo da qualcosa, stavo andando verso Qualcuno, verso Cristo, che per me non era una bella idea o una consolazione domenicale, ma la realtà più reale che avessi mai incontrato, più reale dei campi, più reale del denaro, più reale di tutto. Quando uno trova una cosa così, non può andarci a metà, non nel tempo libero, non con qualche aggiustamento alla propria vita comoda, ci va con tutto se stesso.

Dopo i primi anni vissuti ai margini del villaggio, quando avevo circa trentacinque anni attraversai il Nilo e raggiunsi un castello abbandonato presso Afroditopoli, dove le mura erano ancora in piedi e c’era una fonte d’acqua, e mi chiusi lì dentro. Un amico mi calava del pane oltre le mura due volte all’anno, e per il resto non c’era niente che non fosse silenzio, preghiera, e tutto quello che il silenzio porta con sé quando lo abiti davvero, le paure, i rimpianti, i desideri che credevi di aver lasciato fuori e invece ti aspettano dentro, pazienti e tenaci come il vento del deserto.

Quelli che vennero dopo di me le chiamarono tentazioni, e i pittori le hanno raffigurate per secoli con demoni e mostri e creature grottesche che mi assalgono nel buio. La verità è più semplice e più difficile di qualsiasi quadro: nel deserto, quando non c’è nessuna distrazione, nessun rumore, nessuna compagnia umana, l’uomo si trova solo con tutto ciò che è davvero, con le sue paure più profonde, con i suoi desideri più segreti, con quella voce interna che nei momenti più bui dice: a cosa serve tutto questo? torna indietro, nessuno ti vede, nessuno ti giudica, la tua vita normale ti aspetta. Quella voce io la conobbi bene, e non vi dirò che fu facile resistere, perché non sarebbe vero, e i santi non mentono. Ma ogni volta che cedevo alla paura, ogni volta che quella voce sembrava vincere, c’era qualcos’altro – più silenzioso, più fermo, più antico di qualsiasi tentazione – che teneva. E una notte, dopo uno di quegli assalti che mi avevano lasciato a terra come dopo una battaglia, chiesi a Dio perché non fosse intervenuto prima, e la risposta che sentii nel silenzio fu questa: ero accanto a te, Antonio, e attendevo di vederti lottare. Poiché hai resistito, sarò sempre in tuo soccorso. Non dimenticherò mai quella risposta, perché mi disse tutto quello che c’era da sapere su come funziona la vita con Dio, non ti risparmia le prove, le abita con te.

Rimasi in quel castello vent’anni, vent’anni senza vedere quasi nessuno, senza notizie dal mondo, senza niente che non fosse Dio e me stesso e lo spazio enorme tra i due. E poi uscii, non perché avessi finito, ma perché capii che quello che avevo trovato nel silenzio non era fatto per restare solo mio. E altri uomini cominciarono a raccogliersi intorno a me — non perché li avessi chiamati, ma perché sentivano qualcosa che non sapevano nominare e venivano a cercarlo vicino a me come si va vicino a un fuoco quando si ha freddo. Li chiamarono Padri del Deserto, e da quella piccola comunità intorno al mio castello è nato, attraverso strade lunghe e traverse, tutto il monachesimo cristiano occidentale. Benedetto da Norcia, che ha dato forma ai monasteri medievali con la sua Regola, è figlio di quella tradizione, e quei monasteri hanno copiato i manoscritti, coltivato le terre, fondato gli ospedali, tenuto accesa la luce della cultura nell’Europa più buia, tutto questo da un ragazzo di vent’anni che una mattina sentì una frase del Vangelo e la prese sul serio.

C’è una cosa della vostra festa che mi ha sempre commosso, e che forse non tutti notano. Il mio cero, il 15 maggio, fa un percorso un po’ suo: la mattina fa una girata in più in Piazza Grande, comincia la “mostra” da un punto diverso rispetto agli altri due, e durante la corsa c’è una piazzetta, la piazzetta di Sant’Antonio, dove il mio cero rallenta e gira ed è per un momento solo. In mezzo alla festa più corale e rumorosa del mondo, io ho i miei momenti di solitudine, il mio percorso ha qualcosa di diverso e di appartato, come se anche nella festa qualcuno avesse voluto lasciarmi un pezzo di deserto. Forse chi ha stabilito quell’itinerario non sapeva esattamente perché lo faceva così, ma io lo so, è la mia natura, è quello che sono stato tutta la vita: uno che amava la gente profondamente ma che aveva bisogno del silenzio per poterla amare davvero. Anche il 15 maggio, in mezzo a migliaia di persone che corrono e cantano, c’è un momento in cui il mio cero è solo, ed è lì, in quel momento, che mi sentite di più, anche se non lo sapete.

Perché vi racconto tutto questo? Perché in quello sforzo dei miei ceraioli – in quella corsa che non chiede niente in cambio, in quell’amore che si passa di padre in figlio senza riuscire a spiegarlo del tutto – riconosco qualcosa che mi assomiglia profondamente, io che ho dato tutto senza calcolare il ritorno, io che sono andato nel deserto non per conquistare qualcosa, ma per amare qualcosa con tutto me stesso. Certe cose non si spiegano, si portano, sulle spalle, appunto.

C’è però una cosa che voglio dirvi, e la dico con il cuore in mano, con tutta la tenerezza di un padre che non riesce a tacere proprio perché vi vuole bene. Quella festa è bella. Sono secoli che la guardo dal Cielo! Ed è una delle cose più belle che io abbia visto in secoli e secoli di storia umana, e ne ho vista tanta di storia umana. Ma è bella perché è nata per Sant’Ubaldo, e Sant’Ubaldo è nato per Cristo, e la festa è un atto d’amore verso il vostro patrono il cui cuore ha consumato la sua vita intera per amore di Cristo. Togliere Cristo da questa catena non è semplificare la festa, è toglierle le radici; è come tagliare i fiori e aspettarsi che continuino a sbocciare.

Ogni bestemmia che si leva da quelle strade il 15 maggio – e sapete che ce ne sono, lo sapete – è una ferita nel cuore di Sant’Ubaldo, che quella città l’ha amata fino all’ultimo respiro e che ancora oggi la guarda dall’alto del suo monte con occhi pieni di quell’amore. Capite cosa significa? Nel giorno in cui lo celebrate, lo ferite, e lo ferite con la lingua, la stessa lingua che urla il suo nome, che canta le canzoni ceraiole, che chiama i figli a raccolta. La lingua è uno strumento potente che può essere data a Dio o prestata a Satana, il nostro vero nemico: non le altre città, non chi la pensa diversamente da voi, ma Satana, quello che lavora sempre nei momenti di maggiore euforia e di maggiore bellezza e di maggiore abbandono, perché sa che è lì che la guardia si abbassa.

E poi c’è quell’altra cosa, quella che riconosco in ogni eugubino anche se nessuno ne parla mai apertamente. Quella malinconia strana e quasi inspiegabile che prende ciascuno di voi proprio nei momenti di maggiore felicità, quando il cero sale verso il monte, quando la folla esplode, quando la giornata è al suo culmine. Quel senso che quella bellezza non basta, che vorrebbe durare per sempre e invece passerà, che c’è qualcosa che manca anche in mezzo a tutta quella pienezza. Non è tristezza, è nostalgia. Ma nostalgia di cosa, se siete nel momento più bello dell’anno? Ve lo dico io: è nostalgia del Cielo, è il segno che siete fatti per qualcosa di più grande di qualsiasi festa, per quanto meravigliosa. E ogni gioia vera su questa terra porta dentro di sé quella malinconia, perché ogni gioia vera è solo un’ombra, bellissima, preziosa, da custodire, di qualcosa che non finisce. Noi vi vogliamo qui, con noi – io, San Giorgio, Sant’Ubaldo – vi vogliamo in Cielo, dove la festa non avrà mai fine, dove non ci sarà nessun “giorno dopo la festa” in cui ci si sveglia e tutto è già passato, dove quella nostalgia che conoscete così bene sarà finalmente cancallata per sempre.

Non vi chiedo di diventare qualcosa che non siete. Vi chiedo solo questo: la prossima volta che il 15 maggio alzate gli occhi verso la mia statua che sale verso il monte sulle spalle dei miei ceraioli, guardate la fiamma che tengo nella mano sinistra aperta verso di voi, chiedetevi perché è lì, chiedetevi chi è il vecchio con la veste nera e la mitra bianca che ve la porge da secoli. E custodite quella festa come il tesoro che è — con la stessa cura con cui si custodisce una fiamma, perché basta un soffio sbagliato per spegnerla.

Io vi vedo. Vi ho sempre visti. E quello che vedo mi commuove, ogni anno, anche se vivo nell’eternità.

Con tutto l’affetto di un vecchio del deserto che non se n’è mai andato del tutto,

Sant’Antonio Abate Coma, Egitto, 251 d.C. Deserto della Tebaide, 17 gennaio 357 d.C. Patrono dei contadini, degli animali e di chiunque abbia mai dato tutto per qualcosa che amava