Il professor Luigi Girlanda ci guida nella dimensione religiosa dei Ceri: scrive la lettera ideale di Sant’Ubaldo agli eugubini

Figli miei carissimi,

sono il vostro vescovo. Non il vescovo di ieri o di un passato lontano: il vostro vescovo, quello di sempre, quello che regge questa diocesi dal Cielo dal giorno stesso in cui ne ricevetti il governo, nell’anno del Signore 1129. Per questo mi vedete spesso raffigurato con la città di Gubbio tra le mani: non è un ornamento, non è una convenzione artistica, è la verità. Gubbio è nelle mie mani, e ci resterà finché il Signore vorrà. Sono Sant’Ubaldo, figlio di questa città, nato dalle sue strade, cresciuto nelle sue chiese, il cui corpo riposa incorrotto nella basilica che porta il mio nome sul Monte Ingino. Non sono venuto da un deserto lontano come Sant’Antonio, non vengo dalla lontana Cappadocia come San Giorgio. Sono di qui. Questa è casa mia. E voi siete i miei figli.

Vi scrivo come si scrive una lettera pastorale, non per raccontarmi, ma per dirvi quello che ho nel cuore. Quello che ogni anno, quando il 15 maggio la vostra festa bellissima e commovente sale verso di me, sento il bisogno di dirvi. Ve lo dico, ma voi a volte fate troppo rumore per sentire il silenzio in cui parlo.

Sento il vostro amore. Lo sento forte come il suono del Campanone che sale fino al monte, caldo come il sudore dei miei ceraioli che corrono con tutto quello che hanno. Lo sento nelle lacrime di chi porta il cero per la prima volta, nell’orgoglio di chi lo porta da quando era bambino, nell’amore di una madre che veste il figlio con i colori giusti. È una delle cose più belle che un vescovo possa ricevere dai suoi fedeli.

Ma il mio cuore di pastore non riesce a tacere una domanda: voi sentite il mio amore? Sapete cosa significa, davvero, essere amati da me?

Nel mio tempo non fu semplice. Gli eugubini del XII secolo non capirono subito il loro vescovo. Non capirono perché riformassi la canonica, perché imponessi una disciplina dove prima regnava il disordine, perché dicessi no a ciò che il mondo considerava onore e grandezza. L’amore vero non si capisce subito. Fa resistenza. A volte fa persino arrabbiare, perché non dà quello che si chiede ma quello di cui si ha bisogno, che è una cosa molto diversa. Ci vollero anni perché i miei canonici capissero. Ci vollero anni perché Gubbio capisse. E poi capì, e mi amò come poche città hanno amato il loro vescovo.

Questa fatica ritorna ad ogni generazione. È la stessa fatica di sempre: capire in che modo vi amo, vi ho amati, vi amerò per sempre. Perché il mio amore non cambia con i secoli, ma voi cambiate, e ogni volta bisogna ricominciare da capo a imparare a riconoscerlo.

Amare qualcuno, per me, non ha mai voluto dire dargli quello che chiede. Un vescovo autenticamente cattolico può amare in un solo modo: indicando la Verità, che è Gesù Cristo, e donando la sua salvezza. Sono quasi mille anni che non smetto di dirvi la stessa cosa: in nessun altro c’è salvezza, e in nessun altro troverete la felicità autentica. Non in me, non nella festa, non nella tradizione più bella del mondo. In Lui solo.

Si dice da sempre: per Ubaldum ad Jesum. Per Sant’Ubaldo a Gesù. Chi si ferma su di me non mi ama fino in fondo. Non mi lascia essere quello che sono: il vostro vescovo, il vostro pastore, il vostro padre e la vostra guida. Proprio come cantate nell’inno che mi dedicate, quella è la mia natura. Usatemi per quello che sono: un ponte verso Cristo, non una meta.

Vi racconto di un cieco che ho incontrato. La sua storia mi torna in mente ogni volta che guardo il mondo di oggi, pieno di gente che vede benissimo con gli occhi e non riesce più a vedere nulla delle cose di Dio. Perfino nella Chiesa, purtroppo.

Era venuto da lontano, guidato da un sogno, sicuro che io gli avrei reso la vista. Si gettò ai miei piedi implorando. Ma invece di dargli quello che chiedeva, cominciai a parlargli della caducità delle cose terrene, di come quella vista che desiderava tanto, con la morte sarebbe venuta di nuovo a mancargli, e di come invece ci fosse una luce che mai si spegne, una luce che l’anima può possedere per sempre. Lui mi guardò, con i suoi occhi vuoti mi guardò, e disse che non sapeva come ottenere quella luce. Gli risposi che la strada era semplice e difficile insieme: sopportare con pazienza la sua cecità, vivere onestamente, non cercare la luce che l’uomo ha in comune con i bruti ma cercare quella celeste. E lui, quell’uomo che era partito da casa per ottenere un miracolo fisico, a un certo punto mi chiese con una semplicità che mi spezzò il cuore: “e se io rinuncio alla vista, mi sei tu garante che avrò almeno questa luce misteriosa nell’altra vita?”. Gli dissi di sì. Gli promisi che mi sarei fatto garante per lui davanti a Dio, se avesse accettato la sua croce con fede. E lui partì. Ancora cieco. Ma con qualcosa negli occhi dell’anima che non aveva quando era arrivato.

Al mio funerale, mentre la folla piangeva e chiedeva prodigi, quell’uomo si fece largo tra la gente. Tutti si aspettavano che venisse a chiedere la vista. Invece si inginocchiò accanto alla mia salma e gridò a voce alta, con le lacrime che scorrevano dalle occhiaie vuote: “Ubaldo, io non sono venuto per chiederti la luce di questi occhi spenti, ma per ricordarti che tu ora sei in paradiso e che devi domandar per me al Signore la salvezza eterna dell’anima, e renderti così realmente garante della promessa che mi hai fatto“.

Figli miei, in quell’uomo vi vedo tutti. Non perché siate ciechi delle cose di questa terra: Gubbio ha occhi vivissimi per le cose belle della vita. Ma siete diventati quasi tutti ciechi della vita eterna. E non è colpa vostra soltanto. Persino la Chiesa, oggi, sembra a volte una succursale dell’ONU o della Croce Rossa: pensa alle cose orizzontali, alle emergenze del mondo, alla giustizia sociale, e dimentica di parlarvi del Cielo. Io invece non posso fare altro che parlarvi di questo. È la mia natura. È il mio compito. È l’unica cosa che conta davvero per un vescovo autentico.

Le cose del mondo passano in un baleno. Anche la festa più bella del mondo passa. Uno dei momenti che amo di più del 15 maggio è quello della mattina, quando i ceraioli vanno al cimitero e portano quella corona di fiori, quella su cui scrivete con un amore e un realismo che mi stringe il cuore: i ceraioli che passano ai ceraioli che sono passati. È una delle frasi più belle e più cattoliche che abbiate mai scritto, anche se forse non ve ne rendete conto del tutto. Perché dice esattamente come stanno le cose: sulla terra si passa. Tutti. Anche voi che state leggendo. Anche i vostri figli. Anche questa città di pietra che sembra eterna.

Ma io so che la morte non è l’ultima parola sulla vita. E ve lo dico guardando il mio corpo che venite a visitare in basilica, quel corpo incorrotto dove abitavo prima di venire in Cielo. Quando lo guardate, pensate a questo: un giorno torneremo tutti ad abitare i nostri corpi. Anche quelli diventati polvere nei cimiteri. Dio ci donerà di nuovo il nostro corpo, sì proprio il nostro, non uno generico: il nostro, quello che ha vissuto, sofferto, amato. Sarà trasformato e reso perfetto, libero da ogni dolore e da ogni limite. E quel giorno ci riabbracceremo con tutti i cari che abbiamo amato, e ci conosceremo in carne e ossa, con i nostri volti, con le nostre voci. I miei occhi risuscitati incontreranno i vostri occhi risuscitati, in uno sguardo di amore eterno che nessuno potrà portarci più via.

Se un vescovo non vi dice questo, che vescovo è? Io sono il vostro vescovo e il vostro patrono per sempre, e non c’è cosa che mi interessi di più che parlarvi della vita eterna. Come feci nell’ultima omelia della mia vita.

Era la Pasqua del 1160. Ero consumato dalle infermità da quasi due anni: ulceri che mi avevano ridotto a pelle e ossa, dolori così gravi alle reni che non riuscivo a giacere nel letto ma dovevo stare sdraiato con le spalle appoggiate a una sedia e le gambe a un’altra, lasciando il corpo sospeso per non soffrire. Nonostante tutto questo, contro ogni previsione, volli farmi portare in cattedrale per la Pasqua. Il mio cuore lo sapeva: era l’ultima volta che avrei parlato con la mia voce mortale al mio popolo. E in quell’omelia, con le ultime forze che avevo, parlai di una cosa sola. Non di politica, non di guerra, non di raccolte cibo, non delle faccende della città. Parlai della gloria degli eletti e delle pene dei dannati. Volli suscitare nell’animo del mio popolo un orrore pauroso dell’inferno e innamorarlo invece del Paradiso, perché tutti cercassero di giungere a quella patria fortunata e là con me godessero la felicità eterna. Quello era il mio ultimo regalo ai miei figli: il desiderio del Cielo e il sano timore di perderlo. Le lacrime dei fedeli si confusero con le mie, in quel mattino di Pasqua che il mio biografo Giordano ha descritto come l’incontro di un vecchio genitore morente con i suoi figli venuti a ricevere la benedizione paterna.

Permettetemi di ricordarvi un altro momento della mia vita che forse viene frainteso da molti. Quando le undici città nemiche assediarono Gubbio, e gli eserciti avanzavano e la paura stringeva il cuore di tutti, la prima cosa che feci non fu elaborare una strategia militare. Feci pregare. Feci digiunare. Feci confessare. Rimisi il mio popolo in pace con Dio prima di metterlo in campo contro i nemici. Perché sapevo, e lo so ancora, che la forza vera non viene dalle armi ma dalla grazia, e che un popolo che ha l’anima pulita è già per metà salvo da qualsiasi assedio. Poi elaborai la strategia. Ma prima venne Dio.

Oggi le undici città non si chiamano più Perugia, Spoleto, Foligno, Assisi e le altre. Le undici città sono dentro di voi: sono le tentazioni, le distrazioni, le pigrizie dell’anima, quella nebbia sottile che scende lentamente sulle cose sacre e le rende opache, quasi invisibili. Sono la bestemmia che esce dalla stessa bocca che canta il mio nome. Sono la dimenticanza di Cristo in mezzo alla festa che è nata per lui.

L’inno che mi avete dedicato, Oh lume della fede, mi chiama con parole precise: Fratello, Padre e Guida, Maestro nella fede, terrore dell’inferno, freno dei mali affetti. Sono titoli che dicono tutto quello che sono e tutto quello che voglio essere per voi. Terrore dell’inferno non vuol dire che ho paura dell’inferno: vuol dire che il demonio ha paura di me, perché combatto per le vostre anime senza fermarmi. Ma per poter combattere davvero questa battaglia, ho bisogno che voi la prendiate sul serio. L’inferno esiste. La posta in gioco è eterna. E io sono qui, da quasi mille anni, per portarvi al Cielo.

E per farlo ho uno strumento solo: la luce della fede. Quella vera, quella intera, quella cattolica che ho difeso per tutta la vita con l’esempio prima che con le parole. Non sono un saggio tra tanti saggi, non sono un uomo virtuoso tra tanti uomini virtuosi. Sono il vostro vescovo, e il mio compito è custodire e trasmettere la fede integrale che Cristo ha consegnato alla sua Chiesa, quella che non si negozia e non si adatta ai tempi, quella che vale oggi come valeva nel XII secolo. È la fede integrale che salva, non una versione ridotta, addolcita, svuotata per non disturbare nessuno. Purtroppo oggi anche chi dovrebbe custodirla ai più alti livelli sembra a volte più preoccupato di piacere al mondo che di servire la Verità. Ma la fede non cambia perché qualcuno la piega. Cristo rimane lo stesso ieri, oggi e sempre. E io, dal Cielo, continuo a indicarvi Lui — solo Lui.

Ripensate bene a come finisce l’inno che mi cantate ogni volta quando, stanchi e commossi, siete giunti alla fine della festa: e noi col Protettore il Ciel coroni. Fermatevi su quelle parole. Cosa state chiedendo, quando le cantate? State chiedendo di essere coronati dal Cielo insieme al vostro Protettore. La corona di gloria, il premio che la Scrittura promette a chi ha combattuto la buona battaglia della fede, a chi ha corso fino in fondo senza arrendersi. San Paolo lo scrisse nella seconda lettera a Timoteo, poco prima di morire: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia” (2Tm 4,7-8). Quella corona si guadagna correndo, non solo per le strade di Gubbio il 15 maggio, ma nella corsa più lunga e più importante: quella della vita intera.

Cantatelo ancora. Ditemelo altre mille volte che volete essere coronati con me. Ogni volta che quelle parole escono dalla vostra bocca, il mio cuore trabocca di gioia, perché so che dentro di voi, anche senza saperlo del tutto, c’è il desiderio giusto: il desiderio del Cielo, della casa vera, della festa che non finisce mai.

Correte bene il 15 maggio. E se mi amate davvero, fate che quella corsa sia l’immagine della corsa per la vita eterna. Ve ne ho parlato nell’ultima Pasqua della mia vita, con le ultime forze che avevo, con le lacrime che si confondevano con le vostre. Continuo a parlarvene nei secoli, e non smetterò. La patria è il Cielo. Tutto il resto finirà.

Il vostro vescovo per sempre, il padre che non vi abbandona, il fratello che vi aspetta in Cielo,

Sant’Ubaldo Baldassini, Gubbio 1084 circa – 16 maggio 1160. Vescovo di Gubbio, patrono della città, il cui corpo riposa incorrotto sul Monte Ingino in attesa di coronare i suoi eugubini in Cielo.