Il ricordo di Vittorio Messori, un gigante del Cattolicesimo

di LUIGI GIRLANDA

Ci sono incontri che non avvengono guardandosi negli occhi, ma leggendo, e tuttavia segnano una vita più di qualunque stretta di mano. Il mio incontro con Vittorio Messori è avvenuto così, quasi per caso, nell’estate del 1993. Ero un ragazzo; da poco avevo lasciato il lavoro perché volevo ricominciare a studiare, e vivevo un momento di transizione e di crisi su ciò che avrei voluto fare della mia vita. Ero, come tanti, uscito dalla scuola pubblica ateo: avevo fatto la cresima anni prima ed ero semplicemente sparito dalla vita cattolica, dalla vita della parrocchia. Nessuna ribellione, nessuna scelta consapevole, solo un progressivo allontanamento, fino al punto in cui Dio non c’era più e basta, ammesso e non concesso che ci fosse mai stato davvero.

Un giorno, nella libreria di un amico, presi in mano un libro: Ipotesi su Gesù. Non sapevo chi fosse l’autore, non cercavo nulla. Cominciai a leggerlo quasi per curiosità. Lo iniziai da ateo e lo finii da cattolico. Non è una formula retorica: è ciò che è accaduto davvero. Quelle pagine non mi hanno semplicemente emozionato, mi hanno convinto, mi hanno costretto a fare i conti con la realtà, mi hanno mostrato che il cattolicesimo non è un sentimento ma un fatto, non un mito ma una storia, non un’illusione ma una presenza. Da quel momento nulla è stato più come prima.

Negli anni successivi quella gratitudine silenziosa crebbe fino a spingermi a scrivergli. Stavo lavorando alla tesi di laurea in filosofia, che scelsi di dedicare a Jean Guitton e ai suoi studi sul valore storico dei Vangeli — tema sul quale Messori lo aveva più volte incontrato e intervistato — e gli scrissi quasi con timore, senza aspettarmi nulla. Mi rispose subito, non con una formula di cortesia ma con una risposta vera, e fece di più: mi mise in contatto con Jean Guitton. Io, studente sconosciuto, ebbi così la grazia di ricevere l’ultimo manoscritto del grande filosofo francese e un biglietto di incoraggiamento per la mia tesi. Guitton aveva novantotto anni; un mese dopo morì, e il suo segretario mi disse che quel biglietto era una delle ultime cose che aveva scritto. Ancora oggi, quando ci penso, mi tremano le mani.

Con Vittorio Messori non rimase un episodio isolato. Nacque un rapporto che, senza forzature, posso chiamare amicizia. Continuò ad aiutarmi, a incoraggiarmi, a seguirmi; e quando anni dopo scrissi Gli occhi di Maria su Gubbio, insieme all’avvocato Lamberto Padeletti e a don Claudio Crescimanno, accettò di scriverne la prefazione. Non era obbligato, non gli conveniva, eppure lo fece — come aveva sempre fatto: scegliendo la verità anche quando costava.

Messori è stato un uomo libero e, proprio per questo, un uomo inviso a certi ambienti. Inviso a quel mondo cattolico che, dopo il Concilio Vaticano II, si proclamava aperto, dialogante, tollerante con tutti, tranne che con coloro i quali prendevano sul serio la fede cattolica. Messori non urlava e non si rifugiava nella polemica sterile: faceva qualcosa di molto più pericoloso — documentava, studiava, dimostrava. Con libri come Patì sotto Ponzio Pilato e Dicono che è risorto ha smontato, con rigore, le narrazioni dominanti, mostrando che il cattolicesimo regge alla prova della ragione e della storia. E questo non gli è stato perdonato.

Nel 1984 pubblicò Rapporto sulla fede, l’intervista al cardinale Joseph Ratzinger che incrinava la lettura trionfalistica del postconcilio. Fu uno choc, e ne pagò il prezzo: fu costretto, per un periodo, a lasciare la propria casa e a rifugiarsi in una località segreta — come egli stesso raccontò — e tutto questo per le minacce ricevute proprio da coloro che, a parole, non facevano che invocare dialogo, apertura e tolleranza.

E poi, quasi a suggellare una vita intera spesa a difendere la verità storica della fede cattolica, la sua morte è avvenuta nel giorno più carico di significato: il Venerdì Santo. Non è un dettaglio cronologico, è un segno. Perché Dio non lascia nulla al caso; e che proprio lui, che aveva dedicato la vita a dimostrare che Cristo è entrato nella storia, muoia nel giorno della Croce, ha qualcosa di profondamente emblematico.

Eppure, nonostante tutto, Vittorio Messori è rimasto figlio della Chiesa — di quella Chiesa postconciliare che egli, inspiegabilmente, ha sempre considerato in continuità con la Tradizione, senza mai mettere in discussione questa linea. È la critica che, con rispetto, gli rivolgo. Così come è criticabile il non aver mai voluto affondare il colpo su certe questioni. Per esempio: dopo le cosiddette dimissioni ebbe modo di parlare privatamente con Benedetto XVI, e confidò che il «Papa dimissionario» gli aveva confidato materiale esplosivo che — se reso pubblico — avrebbe riempito i giornali per mesi: probabilmente sul suo rapporto con Bergoglio, probabilmente sulla validità della sua rinuncia. Messori non disse nulla. È una scelta che rispetto, ma che pesa.

Se però devo dire chi era davvero Vittorio Messori, non posso fermarmi ai libri. Nel 2017, con l’associazione che ho l’onore di presiedere, organizzammo cinque incontri sulla storicità dei Vangeli — In illo tempore — e facemmo largo uso delle sue opere, che erano il nostro riferimento e la nostra struttura. Gli scrivemmo per chiedergli un contributo video: era già provato dagli anni e ci rispose che non poteva, ma aggiunse qualcosa che non dimenticherò mai, autorizzandoci a utilizzare liberamente tutto — le sue opere, i suoi testi, il suo lavoro: «Fate come credete». Non fu una concessione formale ma un affidamento; ci mise tra le mani un patrimonio.

E poi restano i dettagli, quelli che non fanno cronaca ma rivelano un uomo: le tante mail che conservo ancora, una visita all’Abbazia di Maguzzano — dove aveva il suo studio e la sua biblioteca — un caffè offerto con semplicità, e io che non ebbi il coraggio di salire a casa sua per timore di essere invadente, finché lui, guardandomi, disse: «Non c’è peggior scocciatore di chi non vuole scocciare». Era così — diretto, ironico, quasi brusco, ma vero.

Per questo oggi, mentre molti lo ricorderanno come un grande giornalista e un protagonista del cattolicesimo contemporaneo, a me resta soprattutto il ricordo di un uomo vero. E di un dettaglio che dice tutto: non c’è stata mai una volta in cui mi abbia scritto senza chiudere con una formula particolare — Mi raccomandi a Chi di dovere — con il Chi scritto in maiuscolo. Mendicava preghiere, come fa un vero cattolico. Ne aveva bisogno allora; ne ha molto più bisogno adesso. E la mia preghiera per l’anima di questo protagonista della cultura cattolica degli ultimi decenni non mancherà. Glielo devo come cristiano, ma soprattutto come cattolico divenuto tale grazie al suo lavoro.

Vittorio Messori e Luigi Girlanda