Inchiesta sul Natale: Erode il Grande, il potere che teme un bambino

di LUIGI GIRLANDA

Il Vangelo di Matteo non inizia il racconto dell’infanzia con formule vaghe. Non parla di “un tempo lontano” o “un’epoca mitica”. Scrive: «Gesù nacque a Betlemme di Giudea al tempo del re Erode» (Mt 2,1). Una frase breve, ma carica di conseguenze. Matteo sta assumendosi un rischio storico enorme. Sta legando la nascita di Gesù a un personaggio reale, potentissimo, noto a tutti, perfettamente databile. È una scelta che chi costruisce leggende evita con cura. Le favole non hanno date precise, non chiamano in causa figure storiche ancora vive nella memoria collettiva. Matteo fa il contrario. Inchioda il racconto alla cronaca. Costringe il lettore a confrontarsi non con un mito, ma con la storia.

Erode il Grande: un re reale

Erode il Grande non appartiene alla leggenda. È uno dei sovrani meglio documentati dell’antichità. Le fonti romane ne parlano diffusamente. Giuseppe Flavio gli dedica pagine dettagliate. Le sue monete sono state ritrovate in tutta la Palestina. Le sue opere dominano ancora il paesaggio: il Tempio di Gerusalemme ampliato, il porto di Cesarea Marittima, Masada, l’Erodion. Regnò sulla Giudea dal 37 al 4 a.C. per volontà di Roma. Non era “legittimo” secondo la sensibilità ebraica. Era idumeo, discendente di Esaù. Proprio per questo la sua regalità era fragile, contestata. Governava grazie a Roma. E come ogni potere che sa di non essere legittimo, reagiva con la paura.

Erode fu un politico abilissimo e un costruttore grandioso. Ma dietro la magnificenza dei palazzi e dei templi si nascondeva un carattere divorato dal sospetto. Giuseppe Flavio non usa mezzi termini: racconta una sequenza impressionante di omicidi familiari. La moglie Mariamne, fatta giustiziare perché sospettata di tradimento. La madre di lei, Alessandra. Tre figli: Alessandro e Aristobulo, strangolati in prigione. Antipatro, avvelenato pochi giorni prima della morte dello stesso Erode. Il suocero Ircano, vecchio sommo sacerdote, fatto annegare. Il cognato Aristobulo III, diciassettenne, affogato “per incidente”.

Augusto, con cinismo romano, commentò che era “meglio essere il porco di Erode che suo figlio” – una battuta che aveva un doppio senso: il re, per rispettare almeno formalmente le leggi ebraiche, non mangiava carne di maiale, ma uccideva i figli senza problemi. Non si tratta di aneddoti marginali. Sono il cuore del personaggio. Il sovrano non uccideva per rabbia, ma per prevenzione. Anticipava il pericolo eliminando chiunque potesse rappresentarlo, anche solo in potenza.

Il tiranno malato

Quando i Magi arrivano, il sovrano è già vecchio e gravemente malato. Giuseppe Flavio descrive i suoi ultimi mesi: febbre costante, prurito insopportabile, dolori intestinali atroci, cancrena agli organi genitali, difficoltà respiratoria, convulsioni. I medici provarono bagni caldi a Callirrhoe, lo immersero nell’olio riscaldato. Peggiorò. In quello stato, tormentato dal dolore e dalla paranoia, continuava a governare. E continuava a uccidere. Cinque giorni prima di morire fece giustiziare suo figlio Antipatro. La malattia non lo rendeva meno pericoloso. Lo rendeva più feroce. È in questo contesto che arrivano stranieri che chiedono: “Dov’è il re dei Giudei che è nato?“. Per un uomo che ha ucciso i propri figli per paura, quelle parole sono una sentenza di morte.

Erode è l’ultimo re di Giuda in senso pieno. Dopo di lui, il regno viene smembrato, poi trasformato in provincia romana. Lo scettro viene tolto. È qui che la storia incrocia la profezia: «Non sarà tolto lo scettro da Giuda, né il bastone del comando dai suoi piedi, finché verrà colui al quale esso appartiene» (Gn 49,10). Alla morte del sovrano, nel 4 a.C., il potere regale scompare. Ma, secondo Matteo, proprio in quel tempo è già nato Colui al quale appartiene. Il Vangelo non forza la profezia: la colloca dentro un processo storico verificabile. O questo tiranno è davvero esistito ed è morto in quel periodo, o il racconto crolla. Ma la sua esistenza è documentata. E la sua morte è una delle date più solide della cronologia antica.

Betlemme e la strage: una violenza coerente

Quando i Magi arrivano a Gerusalemme e chiedono: «Dov’è il re dei Giudei che è nato?» (Mt 2,2), il sovrano comprende immediatamente la portata della notizia. Non reagisce come un teologo, ma come un politico. Non discute di Scritture, ma di potere. Un “re” nato fuori dal suo controllo, riconosciuto da stranieri e annunciato dal cielo, è una minaccia intollerabile per chi ha costruito il proprio dominio sul sangue.

Matteo annota un dettaglio significativo: «Erode restò turbato, e con lui tutta Gerusalemme» (Mt 2,3). Non è una reazione privata. È un terremoto politico. La città sa chi comanda. Sa come reagisce. Come osserva Giuseppe Ricciotti, in tutta Gerusalemme “non si faceva che parlare di quella strana comitiva, pur prevedendosi con certezza che tutto sarebbe finito in una scena da ridere”. Ma nessuno ride quando il tiranno è coinvolto. La città trema non per la notizia del Messia, ma per quello che farà Erdode.

Il sovrano convoca i sommi sacerdoti e gli scribi. Vuole sapere dove deve nascere il Cristo. Rispondono citando Michea: “A Betlemme“. Era nella Scrittura da secoli. Ma nessuno si muove. Nessuno va a verificare. Hanno paura del potere, non desiderio di Dio. Fa chiamare i Magi “di nascosto” – Matteo usa questo dettaglio preciso – perché non vuole apparire troppo credulo dando importanza a gente forse squilibrata, ma non vuole nemmeno rinunciare alle sue precauzioni. Li interroga accuratamente sul tempo dell’apparizione della stella, poi li manda: “Informatemi, perché verrò anch’io ad adorarlo“.

La strage dei bambini di Betlemme, «dai due anni in giù» (Mt 2,16), non è un gesto sproporzionato rispetto alla biografia del tiranno. È perfettamente in linea con essa. Quando i Magi non tornano, racconta Ricciotti, “l’incertezza divenne certezza, l’uomo ritrovò se stesso e, in uno di quegli scoppi d’ira che precedevano abitualmente i suoi ordini di stragi, prese una decisione tipicamente erodiana”. Il villaggio col suo territorio contava poco più di 1000 abitanti. Circa 30 bambini nascevano ogni anno. In due anni, 60. Ma solo i maschi interessavano al sovrano: 30. E con l’alta mortalità infantile in Oriente, le vittime furono “circa da 20 a 25”. Un massacro locale, non di massa. Proprio per questo l’episodio non compare nelle cronache imperiali. Roma registrava rivolte, battaglie, congiure. Come nota Ricciotti con amara ironia: non si poteva pretendere “che i Quiriti, per una ventina di piccoli barbari scannati, si commovessero più che per centinaia dei loro propri figli” che avevano corso pericolo simile quando il Senato romano, spaventato da un portento, aveva ordinato di non allevare nessun bambino nato in un certo anno.

Ma la sua assenza dalle fonti romane non è un argomento contro il Vangelo. È esattamente ciò che ci si aspetterebbe. Giuseppe Flavio racconta decine di esecuzioni ordinate dal sovrano, molte delle quali coinvolgono numeri simili o inferiori. L’episodio si inserisce perfettamente in quel quadro.

L’ordine mai eseguito: il massacro di Gerico

Ricciotti racconta un episodio ancora più rivelatore, che accadde negli ultimi giorni di vita del sovrano. Sapendo di essere odiato e certo che alla sua morte nessuno avrebbe pianto per lui, ordinò che i principali notabili della Giudea fossero radunati nell’ippodromo di Gerico. Erano centinaia. Diede istruzioni precise: nel momento stesso della sua morte, dovevano essere tutti massacrati, affinché almeno quel giorno il popolo piangesse. “Non piangeranno per me”, disse, “ma piangeranno”.

L’ordine non fu eseguito. Sua sorella Salome e suo nipote Alessio, appena morì, liberarono tutti i prigionieri. Ma il pensiero è sufficiente. È la mente di un uomo per il quale la vita altrui è solo uno strumento. Un uomo capace di pianificare un massacro di massa per assicurarsi che almeno un giorno, nella sua morte, ci fossero lacrime in Israele.

Chi comprende questo carattere comprende anche Betlemme. Chi può ordinare la morte di centinaia di notabili per vanità non esita a uccidere venti bambini per paura. La strage del villaggio non è un’anomalia nella biografia del tiranno. È la logica conseguenza del suo carattere.

Le pietre che confermano il racconto

A pochi chilometri da Betlemme sorge ancora oggi l’Erodion, la fortezza-palazzo che il sovrano fece costruire come monumento a sé stesso. Una collina artificiale alta 60 metri, visibile da lontano, concepita per dominare il paesaggio e la memoria. Lì volle essere sepolto. Nel 2007, l’archeologo israeliano Ehud Netzer individuò il suo mausoleo, confermando Ricciotti. Il sarcofago era stato distrutto – probabilmente durante la prima rivolta giudaica – ma i frammenti erano lì, insieme ai resti della struttura funeraria monumentale.

Quelle pietre parlano. Raccontano un potere ossessivo, paranoico, autocelebrativo. Raccontano un uomo che ha trasformato la propria tomba in una fortezza. L’abate Ricciotti, con parole commoventi, nota la nemesi: il tiranno fu sepolto all’Erodion, “dalla cui cima si vedeva il posto della grotta ov’era nato il suo temuto rivale e quello dov’erano stati sepolti i lattanti scannati”. Volle essere sepolto lì, nel punto esatto da cui si vede la sua sconfitta. E conclude: “Oggi, esplorando con lo sguardo dall’alto dell’Erodion, non si scorgono che ruderi e desolazione di morte. Soltanto in direzione di Beth-lehem si vedono segni di vita”.

Il Tempio di Gerusalemme, che il sovrano ampliò per quarantasei anni trasformandolo in una meraviglia del mondo antico, era ancora in costruzione quando Gesù nacque. Era il tentativo disperato di comprare consenso con la magnificenza. Non funzionò. Lo odiavano comunque. Cesarea Marittima, il porto colossale dove non esisteva alcun porto naturale, mostra la sua capacità. Masada, la fortezza nel deserto, mostra la sua paranoia. Ogni pietra parla della stessa ossessione: controllo, potere, paura.

L’Erodion visto dall’alto

Due regni inconciliabili

Quando il sovrano sente parlare di un “re dei Giudei” appena nato, capisce che non c’è spazio. Lui ha eserciti, potere, Roma. Il bambino ha una mangiatoia. Eppure è lui che ha paura. È il tiranno che trema. Perché sa che il suo regno si regge sul terrore. E il terrore finisce. Il contrasto è netto: da una parte un uomo che uccide i figli per difendere il trono, dall’altra un Dio che diventa figlio. Matteo non scrive una parabola. Racconta uno scontro reale tra due concezioni inconciliabili di potere.

Il vecchio re morì nel suo palazzo di Gerico, pochi mesi dopo la nascita di Gesù. Tentò il suicidio, fu fermato. Morì in preda a dolori atroci, odiato, temuto, non amato. Il funerale fu grandioso, ma nessuno pianse. Il Bambino sopravvisse. Giuseppe era fuggito in Egitto. Quando tornò, il tiranno era morto. Lui passò. Il Re restò.

La scelta rischiosa

La differenza tra mito e storia è netta. Il mito può essere vago, senza coordinate precise. La storia invece ha nomi, date, luoghi verificabili. Per questo il racconto evangelico si può controllare. O è vero, o è falso. Non ci sono vie di mezzo. Se il re citato non fosse mai esistito, l’intera narrazione crollerebbe. Ma questo sovrano è esistito. La sua morte è datata con certezza. Il Vangelo racconta un fatto collocato dentro uno dei regni più documentati dell’antichità. Non un simbolo: un uomo con biografia, tomba, monete, iscrizioni. E proprio sotto quel potere feroce nasce Cristo. Il cristianesimo entra nella storia nel momento esatto in cui il dominio umano mostra il suo volto più crudele. Proprio allora, senza clamore, senza difese, inizia un Regno che nessun tiranno potrà distruggere.

Quella notte a Betlemme, mentre il vecchio sovrano complottava a Gerusalemme, in una grotta nasceva un Re senza eserciti, senza oro, senza spade. Solo una mangiatoia. Ma quel Re, duemila anni dopo, è ancora qui. Erode no.


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Questo articolo fa parte dell’Inchiesta sul Natale, disponibile anche in versione audio sulle principali piattaforme.