di LUIGI GIRLANDA
Finora lo abbiamo accerchiato. Abbiamo analizzato tutti coloro che, in qualche modo, sono stati coinvolti negli eventi della sua nascita: i Magi che hanno seguito la stella, i pastori che hanno ricevuto l’annuncio degli angeli, Giuseppe che ha creduto contro ogni evidenza, Maria che ha testimoniato tutto. Abbiamo raccolto prove, ascoltato testimoni. Ora è tempo di guardare Lui: il protagonista, colui verso cui ogni cosa converge.
Secoli di attesa si concentrano in questo Bambino. L’intero Antico Testamento è un crescendo di promesse, un’attesa che si fa sempre più intensa, una speranza che attraversa generazioni. Dio aveva promesso ad Abramo che dalla sua discendenza sarebbero state benedette tutte le nazioni della terra: una promessa misteriosa, che Abramo intuì riguardare qualcuno di molto più grande dei suoi figli carnali. Secoli dopo, Mosè annunciò che Dio avrebbe suscitato un profeta come lui, a cui il popolo avrebbe dovuto dare ascolto: qualcuno che avrebbe parlato con l’autorità stessa di Dio. E il re Davide, nel momento di massimo splendore del suo regno, ricevette la promessa più sconvolgente: il Messia sarebbe nato dalla sua stirpe, avrebbe regnato per sempre, e sarebbe stato insieme suo figlio e suo Signore, un paradosso che solo l’Incarnazione avrebbe potuto spiegare.
Ma l’invocazione più impressionante viene da Isaia, settecento anni prima della nascita di Gesù. Il profeta arriva a gridare qualcosa di inaudito: Oh, se tu squarciassi i cieli e scendessi! (Is 63,19). Un grido di desiderio impossibile: come può l’Onnipotente scendere? L’Infinito farsi finito? L’Eterno entrare nel tempo? Eppure Isaia non si ferma, continua a profetizzare: vede una vergine che concepisce, vede un bambino che nasce, e gli dà nomi incredibili: Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace (Is 9,5). Nomi divini per un bambino umano: come è possibile?
E poi c’è Daniele. Cinque secoli prima del Natale di Betlemme, questo profeta si spinge ancora oltre: non si limita a descrivere il Messia, ma profetizza gli anni esatti in cui sarebbe venuto. Nella celebre profezia delle settanta settimane (Dn 9,24-27), calcola con precisione impressionante il tempo che sarebbe trascorso dal decreto di ricostruire Gerusalemme fino alla venuta del Messia, e lo chiama con un titolo misterioso: il Figlio dell’uomo. Quando Gesù, secoli dopo, si definirà costantemente “Figlio dell’uomo“, non sta usando una formula di umiltà come molti pensano: sta rivendicando di essere esattamente Colui che Daniele aveva predetto, sta dicendo ai suoi contemporanei: ecco davanti a voi colui che il profeta aveva annunciato, colui che doveva venire proprio in questi anni, proprio in questo tempo. Io sono quello.
Secoli di profezie tracciano così un identikit apparentemente impossibile da conciliare in un solo uomo: il Messia doveva nascere dalla stirpe di Davide, ma anche essere Dio stesso, doveva essere re glorioso ma anche servo sofferente, doveva trionfare sui nemici ma essere trafitto per i nostri peccati. Michea profetizza che nascerà a Betlemme: E tu, Betlemme di Efrata, così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele (Mi 5,1). Isaia lo descrive come il servo sofferente: Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire… eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori (Is 53,3-4). Il Salmo 22 descrive nei dettagli la crocifissione secoli prima che i romani inventassero questa forma di supplizio: Hanno forato le mie mani e i miei piedi, posso contare tutte le mie ossa (Sal 22,17-18). Come può un solo uomo realizzare profezie così contrastanti, così apparentemente contraddittorie?
Eppure in Gesù si realizzano perfettamente: ogni dettaglio, ogni paradosso, ogni impossibilità. Nasce a Betlemme dalla stirpe di Davide, entra a Gerusalemme come re ma muore come un malfattore, risorge nel trionfo ma prima passa attraverso la croce. L’identikit impossibile trova il suo volto.
L’Eterno ha risposto al grido di Isaia. Nella notte di Natale, il Cielo si è davvero aperto, Dio è sceso. Quel Bambino nella mangiatoia è Dio: non un profeta, non un maestro, non un illuminato. La Seconda Persona della Santissima Trinità ha assunto la natura umana senza cessare di essere divina: vero Dio e vero uomo, perfetto Dio e perfetto uomo.
Questo è il Natale, questo è lo scandalo, questo è il mistero che l’Occidente non sopporta più.
Il mistero dell’Incarnazione
Non è una metafora, non è un simbolo, non è un mito edificante: è realtà fisica, concreta, storica. Quel Bambino che piange nella mangiatoia è Dio, ha fame come noi, ha freddo come noi, ha bisogno di essere allattato, cambiato, cullato, è vulnerabile, è fragile, è totalmente dipendente da Maria e Giuseppe. Eppure è Dio: lo stesso che ha creato l’universo, lo stesso che tiene in esistenza ogni atomo, lo stesso davanti al quale tremano gli angeli, lo stesso che è fuoco divorante e luce inaccessibile. Tutto questo in un bambino. La teologia chiama questo mistero “unione ipostatica”: due nature – divina e umana – in una sola Persona, non mescolate, non confuse, non separate, unite. Il Concilio di Calcedonia (451 d.C.) lo definì con precisione: Cristo è vero Dio e vero uomo, senza confusione, senza mutamento, senza divisione, senza separazione.
Ma perché? Perché Dio ha fatto questo? Perché l’Incarnazione? La risposta è semplice e tremenda: per salvarci. L’uomo aveva peccato, aveva rotto l’alleanza con Dio, aveva scelto di essere dio di se stesso, e questa scelta aveva portato la morte, non solo la morte fisica ma la morte eterna, la separazione da Dio, l’Inferno. L’uomo non poteva salvarsi da solo: nessun sacrificio umano era sufficiente, nessuna opera buona poteva riparare l’offesa infinita fatta a Dio infinito. Serviva un mediatore, uno che fosse insieme Dio e uomo: Dio, per poter offrire un sacrificio di valore infinito, uomo, per poter rappresentare l’umanità.
Ecco perché l’Incarnazione, ecco perché Dio si fa uomo. Il Credo della Chiesa lo proclama con parole definitive: per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo. Per salvarci, per redimere, per riparare ciò che l’uomo aveva rotto. Sant’Atanasio lo disse in modo perfetto nel De Incarnatione: “Egli si è fatto uomo perché noi diventassimo Dio”. Non dio nel senso di essere divino per natura – questo è impossibile – ma dio nel senso di partecipare alla vita divina: di essere salvati, di essere adottati come figli, di essere incorporati a Cristo nel battesimo per essere con Lui nella vita stessa di Dio. Quel Bambino nella mangiatoia è la nostra unica possibilità: senza di Lui, siamo perduti, senza di Lui, la morte vince, senza di Lui, l’Inferno è certo.
La pietra di inciampo
Ma questo Bambino non è venuto a mettere tutti d’accordo, non è venuto a creare un consenso universale, non è venuto per piacere a tutti. Lo dice chiaramente la prima profezia pronunciata su di Lui, quaranta giorni dopo la nascita, quando Maria e Giuseppe lo portano al Tempio per la presentazione.
È lì che incontrano Simeone, il vecchio giusto che attendeva la consolazione di Israele. Una tradizione dice che, studiando le Scritture, aveva avuto dubbi sul passo di Isaia sulla vergine che concepisce: gli sembrava impossibile. Un angelo apparve e gli promise: “Non morirai finché non avrai visto il Cristo del Signore”. Anni di attesa, anni passati al Tempio aspettando, ogni giorno guardando i bambini che venivano presentati, ogni giorno chiedendosi: sarà questo?
E poi, quel giorno, lo Spirito Santo lo spinge: va al Tempio, vede Maria e Giuseppe con un bambino, e sa, lo sa immediatamente, è Lui. Prende in braccio il Bambino e pronuncia quelle parole stupende: Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza (Lc 2,29-30). Ha visto, ha toccato, ha tenuto in braccio Dio fatto uomo, la sua attesa è finita, può morire in pace, la promessa si è compiuta.
Ma poi Simeone si rivolge a Maria e pronuncia parole tremende: Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione (Lc 2,34). Pietra di inciampo, pietra che fa cadere, pietra che divide. Non tutti si salveranno, non tutti accoglieranno questo Bambino: sarà rovina per molti. Rovina, non salvezza. Perché davanti a Lui bisogna scegliere, e chi sceglie male rovina.
Simeone lo sa, lo vede già, vede il futuro, vede il rifiuto, vede la croce, vede la divisione che questo Bambino porterà. È venuto a dividere: tra chi crede e chi non crede, tra chi lo accoglie e chi lo rigetta, tra chi si salva e chi si danna. Quel Bambino non è venuto a portare pace, almeno non nel senso in cui il mondo intende la pace: è venuto a portare divisione. Lo dirà Lui stesso: Non sono venuto a portare pace, ma spada (Mt 10,34). Davanti a Lui non c’è neutralità possibile, non ci sono vie di mezzo: Chi non è con me è contro di me (Mt 12,30).
La Chiesa lo sa bene: non a caso celebra il primo martire, Santo Stefano, subito dopo il Natale, il 26 dicembre, appena un giorno dopo la nascita del Salvatore. È un monito, un avvertimento: credere in quel Bambino comporta il martirio, comporta l’odio del mondo, comporta la croce. Santo Stefano fu lapidato, accusato di blasfemia, ucciso dai suoi stessi fratelli ebrei perché aveva creduto in quel Bambino, perché aveva riconosciuto in Lui il Messia, perché non aveva accettato il compromesso. La Chiesa lo celebra subito dopo Natale per ricordarci questo: il Bambino nella mangiatoia porta con sé la croce, chi lo segue segue anche quella.
Quella profezia di Simeone si è avverata in ogni epoca, in ogni luogo: quel Bambino è davvero pietra di inciampo, davanti a Lui bisogna scegliere, e la scelta ha conseguenze eterne. Ancora oggi, duemila anni dopo, quel Bambino continua a essere segno di contraddizione: pronunciare il suo nome suscita reazioni violente, difendere la sua dottrina provoca scandalo, vivere secondo i suoi comandamenti attira persecuzione. Il mondo può tollerare qualsiasi cosa tranne Cristo, può accettare qualsiasi religione tranne il cattolicesimo, può sopportare qualsiasi morale tranne quella del Vangelo.
L’Occidente che rinnega il suo Dio
E qui sta il dramma della nostra epoca: la nostra civiltà, nata da Cristo, oggi vuole fare a meno di Lui, espellerlo dalla società, dal diritto, dalla politica, dalla cultura, autodeterminarsi, decidere da sé cosa è bene e cosa è male, farsi dio di se stessa. È la menzogna del serpente, satana, nel giardino: Sarete come Dio (Gen 3,5). La stessa promessa, la stessa seduzione, la stessa rovina.
Duemila anni fa, Israele non riconobbe il Messia: Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto (Gv 1,11). Aspettavano il Salvatore e quando arrivò lo crocifissero. Oggi l’Occidente fa lo stesso: è nato da Cristo, è stato edificato su di Lui, ha ricevuto tutto dalla sua mano, e ora lo rinnega, lo caccia, lo odia.
E si dissolve. Come tutto ciò che si svincola da Lui. Le nostre sedicenti democrazie senza Dio diventano tirannidi, i diritti senza Verità si trasformano in arbitrio, la libertà senza Legge diventa schiavitù, la morale senza fondamento si corrompe in perversione. Il linguaggio stesso, privo di verità, dice ormai solo il nulla che siamo diventati.
La nostra civiltà muore perché ha ucciso il Redentore, di nuovo, come in quel 7 aprile dell’anno 30, e, oggi come allora, non sappiamo quello che facciamo.
La ragionevolezza della fede
Questa Inchiesta sul Natale volge al termine. Abbiamo percorso insieme un cammino fatto di documenti, testimonianze, archeologia, storia. Abbiamo visto come i racconti evangelici dell’infanzia – quelli che la critica scettica considera i meno credibili – siano in realtà pieni di dettagli storici verificabili: il turno sacerdotale di Zaccaria confermato dai rotoli di Qumran, il censimento di Quirinio, la fortezza di Macheronte, Betlemme come luogo di nascita degli agnelli pasquali, la figura di Erode e molto altro. Dettagli che nessuno avrebbe inventato se avesse voluto creare una leggenda, dettagli che i contemporanei avrebbero potuto facilmente smentire se fossero stati falsi.
Dio si è degnato di lasciarci delle prove. Non ci chiede un salto nel buio, non ci impone una fede cieca che contraddice la ragione: al contrario, la Rivelazione ha prove esterne, oggettive, verificabili. Non è il sentimento interiore soggettivo che il modernismo – quell’eresia che imperversa dentro la Chiesa – vorrebbe ridurla a essere: è storia, è realtà, è verità che si può toccare con mano.
Il vero libero pensatore è il credente, perché non deve costruire castelli di ipotesi sempre più assurde per salvaguardare schemi mentali preconcetti e può semplicemente leggere i testi come testimonianze storiche, perché è quello che sono.
Quel Bambino nella mangiatoia è Dio: non un mito, non un simbolo, non una bella favola edificante: Dio fatto carne, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare coloro che erano sotto la Legge. La nostra unica possibilità di salvezza.
Possa questa Inchiesta aiutare innanzitutto chi l’ha scritta, e insieme a lui chiunque abbia avuto la pazienza di seguirla fino a qui, a fare la scelta giusta: ora, adesso, finché c’è tempo. Perché se vogliamo essere felici nell’eternità, se vogliamo rivedere e riabbracciare fisicamente i nostri cari defunti che proprio durante le feste di Natale ci mancano di più, se vogliamo la vita eterna, dobbiamo stare con Lui.
Con Cristo, unico salvatore degli uomini. San Pietro lo proclamò davanti al Sinedrio con parole definitive: Non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati (At 4,12). Gesù stesso lo aveva detto: Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo (Gv 10,9). E ancora: Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me (Gv 14,6). Non c’è strada più bella, non c’è felicità più autentica – pur nelle sofferenze dell’ora presente – che stare con quel Bambino. Passare attraverso quella porta. Camminare su quella via. Abbracciare quella vita che non finisce.
Questo è il Natale: Dio che si fa trovare, che lascia tracce verificabili, che ci dona prove perché la nostra fede non sia cieca ma ragionevole, e la nostra scelta libera e consapevole. Quel Bambino nella mangiatoia ci aspetta ancora, dopo duemila anni, con la stessa domanda che pose ai suoi contemporanei: Voi chi dite che io sia? (Mt 16,15). La risposta che daremo deciderà la nostra eternità.
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