di LUIGI GIRLANDA
Abbiamo lasciato Zaccaria che, dopo nove mesi di silenzio, finalmente pronuncia il Benedictus. Ed Elisabetta ha partorito quel figlio tanto atteso, Giovanni, il cui nome significa “Dio ha fatto grazia”. Ma chi è questo Giovanni? Abbiamo già visto come, ancora nel grembo materno, sussultò di gioia riconoscendo la presenza di Gesù quando Maria venne a trovare Elisabetta. Già prima di nascere aveva compiuto il suo primo atto profetico: indicare il Messia.
Quando Elisabetta partorisce, i parenti vogliono chiamare il bambino Zaccaria, come il padre. Ma Elisabetta interviene: «No, si chiamerà Giovanni» (Lc 1,60). Stupore: nessuno in famiglia porta quel nome. Si rivolgono a Zaccaria, ancora muto. Il sacerdote prende una tavoletta e scrive: «Giovanni è il suo nome» (Lc 1,63). Non «si chiamerà», ma «è». Come se il nome fosse già stato dato, indipendentemente dalla volontà umana. E infatti così era: sei mesi prima, l’angelo Gabriele aveva detto a Zaccaria: «Tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, e tu lo chiamerai Giovanni» (Lc 1,13).
L’angelo lo aveva descritto con parole solenni: «Non berrà vino né bevande inebrianti, sarà colmato di Spirito Santo fin dal seno di sua madre e ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio. Egli camminerà innanzi a lui con lo spirito e la potenza di Elia» (Lc 1,15-17). Molti, non “tutti”. L’angelo profetizza già qui il dramma: molti crederanno, ma non tutti.
Il palazzo dove morì il Battista: quando l’archeologia conferma il racconto
Ma ora arriviamo al punto cruciale. Tutto ciò che abbiamo raccontato potrebbe essere liquidato dallo scettico come “bella leggenda, ma leggenda”. Serve una prova. Serve l’archeologia. E l’archeologia c’è. Anzi, è clamorosa.
Nel 1807 l’esploratore tedesco Ulrich Jasper Seetzen arrivò in un piccolo villaggio arabo chiamato Mukawir, a est del Mar Morto, nell’odierna Giordania. Il nome gli suonava familiare: in greco antico makhaira significa “spada”. Macheronte. La fortezza dove Giovanni Battista fu imprigionato e decapitato. Per oltre un secolo il sito rimase inesplorato. Poi, nel 2009, arrivò Győző Vörös, archeologo ungherese. Il governo giordano gli affidò uno studio ventennale. Vörös si trasferì in Giordania con la famiglia. Voleva sapere se quel palazzo corrispondesse davvero al racconto dei Vangeli.
I risultati sono impressionanti. Vörös individua un palazzo erodiano con un cortile di seicento metri quadrati. Al centro, un’abside semicircolare: il luogo del trono di Erode Antipa. Il cortile è circondato da un peristilio colonnato. Gli archeologi ricostruiscono due colonne usando solo frammenti originali: una dorica alta quasi quattro metri e una ionica. È qui che, durante un banchetto, «entrò la figlia di Erodiade, danzò e piacque a Erode» (Mc 6,22).
Vengono alla luce anche una vasca rituale monumentale con dodici gradini per le purificazioni, una cisterna sotterranea da quasi quattrocentomila litri, terme romane, una grande sala per banchetti, mura alte oltre nove metri, cocci di ceramica con iscrizioni aramaiche, monete. Ogni pietra conferma il racconto evangelico. Ogni dettaglio corrisponde ai Vangeli.
Nel 2022 la Pontificia Accademia Romana di Archeologia conferisce a Vörös la Medaglia d’Oro del Pontificato. Ha dimostrato, pietra su pietra, che il racconto evangelico non è una leggenda. È storia.
Giuseppe Flavio: la conferma esterna
C’è anche una fonte storica esterna che conferma tutto: Giuseppe Flavio, storico ebreo del I secolo. Giuseppe non è cristiano. Scrive le Antichità Giudaiche intorno al 93-94 d.C. Non ha alcun interesse a confermare i Vangeli. Eppure scrive: «Erode mise a morte quel buon uomo che spingeva i Giudei che praticavano la virtù e osservavano la giustizia fra di loro e la pietà verso Dio a venire insieme al battesimo» (Antichità Giudaiche, XVIII, 116-119).
Giuseppe conferma che Giovanni è realmente esistito, che predicava la conversione, che aveva un grande seguito popolare, che fu ucciso da Erode a Macheronte. Lo scettico non può più dire: “Giovanni è un’invenzione della Chiesa”. Deve confrontarsi con una fonte ebraica indipendente.
“Verrà Elia, ma è già venuto”: il mistero del doppio compimento
L’angelo aveva detto che Giovanni avrebbe camminato «con lo spirito e la potenza di Elia». Chi è questo Elia? Elia il Tisbita fu il grande profeta del IX secolo a.C. che sul monte Carmelo sfidò quattrocentocinquanta profeti di Baal. Mentre essi invocavano invano il loro dio, Elia pregò e il fuoco scese dal cielo.
Poi accadde qualcosa di unico, che alimenta da decenni anche fantasie ufologiche. Attraversando il Giordano con Eliseo, sotto gli occhi di cinquanta profeti testimoni, «ecco un carro di fuoco e cavalli di fuoco si interposero fra loro due. Elia salì nel turbine verso il cielo» (2 Re 2,11). I cinquanta cercarono il corpo per tre giorni, ma non trovarono nulla. Nessuna fonte antica menziona una tomba di Elia. Solo questo: «salì nel turbine verso il cielo». Nessuna morte. Nessuna sepoltura. Come Enoch millenni prima: «Enoch camminò con Dio, poi non fu più perché Dio l’aveva preso» (Gn 5,24).
Settecento anni dopo, il profeta Malachia fa dire a Dio: «Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore» (Ml 3,23-24). Tempo futuro. «Invierò il profeta Elia». La stessa persona. Ed ecco il paradosso.
Dopo la Trasfigurazione, i discepoli chiedono a Gesù: «Perché gli scribi dicono che prima deve venire Elia?». La risposta è sorprendente: «Sì, verrà Elia e ristabilirà ogni cosa. Ma io vi dico: Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto» (Mt 17,10-12). Elia verrà ed Elia è già venuto. Matteo spiega: «I discepoli compresero che egli parlava loro di Giovanni il Battista» (Mt 17,13). Ma quando interrogano Giovanni: «Sei tu Elia?», lui risponde: «Non lo sono» (Gv 1,21).
Chi dice la verità? Entrambi. Giovanni non è Elia come persona, ma viene con il suo spirito e la sua potenza. La profezia ha un doppio compimento: Giovanni prima della prima venuta; Elia stesso, la persona fisica, prima della seconda alla fine dei tempi.
È tutto vero: chi decide cosa è possibile?
Elia fu rapito in cielo intorno all’850 a.C. Siamo nel 2025. Sono passati quasi 2875 anni. Se Elia è ancora vivo – e tutto nelle fonti bibliche indica che lo sia – significa che Dio mantiene in esistenza un essere umano da quasi tremila anni. Ed Enoch prima di lui. Ci sono davvero due uomini, Elia ed Enoch, vivi da millenni, nascosti da Dio, pronti a tornare? Eppure, anche i credenti ormai hanno smarrito il senso vertiginoso di questa verità della religione cattolica: prima del ritorno di Gesù, nel tempo drammatico dell’anticristo, torneranno Elia ed Enoch. Proprio loro, che non hanno conosciuto la morte fisica e sono tenuti nascosti da Dio da qualche parte nell’universo.
Lo scettico dirà: “Impossibile”. Ma su quale base? Quale legge fisica lo vieta? Quale esperimento scientifico può dimostrare che Dio non può tenere un uomo in vita per tremila anni? Nessuno. È solo un pregiudizio razionalistico. Un rifiuto a priori, non basato sui dati ma su un’ideologia: “Questo non può essere, quindi non è”.
Seguendo Pascal si può dire: se Dio può creare dal nulla, può ben far risorgere la carne o impedire che un uomo muoia. Chi ha creato l’universo può certo preservare un corpo dalla corruzione. Chi ha dato l’essere può mantenerlo. Non c’è nulla di logicamente contraddittorio nell’idea di un uomo tenuto in vita per millenni. È solo questione di potenza. E Dio ce l’ha.
Chi è l’illuso? Chi crede ai testimoni e alle profezie, o chi dice “impossibile” solo perché non rientra nelle sue categorie mentali? Se Dio può risuscitare i morti, nulla gli impedisce di preservare qualcuno dalla morte. Non è poesia. Non è simbolo. È la conclusione logica di chi prende sul serio le testimonianze invece di scartarle a priori.
Il martirio: decapitato per aver detto la verità
Giovanni predica nel deserto, battezza nel Giordano, indica Gesù come l’Agnello di Dio. E dice una cosa che gli costerà la vita. Erode Antipa ha sposato Erodiade, moglie di suo fratello. È adulterio. E Giovanni non tace: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello» (Mc 6,18). Erodiade lo odia. Vuole far tacere la voce che la accusa.
L’occasione arriva durante un banchetto. Nel cortile di Macheronte, sotto le colonne. «Entrò la figlia di Erodiade, danzò e piacque a Erode» (Mc 6,22). La promessa è folle: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». La richiesta è immediata: «La testa di Giovanni il Battista» (Mc 6,24). Tutto avviene senza processo, senza difesa. «Il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa» (Mc 6,27). La testa del più grande profeta diventa un trofeo da festa.
Giovanni è il primo martire del Vangelo. Muore per aver detto: «Non ti è lecito». E precede Cristo anche nella morte. Il Precursore precede anche nel martirio.
Il più grande tra i nati da donna
Gesù rende a Giovanni una testimonianza assoluta: «Fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista» (Mt 11,11). Perché? Perché Giovanni è l’ultimo e il più grande profeta dell’Antica Alleanza. Non annuncia il Messia da lontano: lo vede, lo riconosce, lo indica. «Ecco l’Agnello di Dio» (Gv 1,29).
Eppure Gesù aggiunge: «Il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui». Perché Giovanni vive prima della Croce, prima della Resurrezione. Il più piccolo cristiano partecipa a una realtà che Giovanni ha solo annunciato.
«Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3,30). Giovanni lo vive fino all’estremo. Non è lo sposo, è l’amico dello sposo. Non è la luce, è il testimone della luce. E proprio per questo la sua grandezza è incomparabile.
Conclusione: “Lui deve crescere, io invece diminuire”
Il Natale è l’irruzione di Dio nella storia. Giovanni Battista è il modello della preparazione. Riconosce Cristo prima di nascere. Vive consacrato a Dio. Predica la conversione. Denuncia il peccato anche quando costa la vita. Precede il Maestro anche nella morte. E l’archeologia lo conferma.
Ma c’è qualcosa di profondamente commovente nella vita di Giovanni. «Lui deve crescere; io, invece, diminuire». Sei parole che contengono un’esistenza intera. Non dette con amarezza, ma con gioia. La gioia di chi ha compreso la propria missione e l’accetta fino in fondo.
Giovanni nasce da genitori anziani che hanno pregato per decenni. È un figlio miracoloso, dono di Dio a una coppia sterile. E quando finalmente arriva, sanno che non è loro. È consacrato a Dio prima ancora di nascere. Vivrà nel deserto. Preparerà la strada a un altro.
Crescendo, Giovanni sa. Sa di non essere il protagonista. Sa di essere voce, non Parola; lampada, non Luce. E questa consapevolezza lo libera. Quando i discepoli gli dicono che tutti vanno da Gesù, Giovanni risponde con una gioia piena: «L’amico dello sposo esulta alla voce dello sposo».
E diminuisce davvero. Fino all’estremo. Fino a una prigione buia. Fino a una testa su un vassoio. Dal punto di vista umano, uno spreco. Dal punto di vista di Dio, una missione compiuta. Giovanni è diminuito perché Cristo crescesse. E proprio in questo scomparire raggiunge la vera grandezza.
Il suo sangue grida che la verità vale più della vita. E in quelle sei parole – «Lui deve crescere; io, invece, diminuire» – è racchiuso il segreto di ogni autentica vita cristiana. Giovanni lo ha vissuto fin dal grembo materno. Per questo, dopo duemila anni, la sua testimonianza continua a commuovere e a convertire.





































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