Inchiesta sul Natale: I pastori, la notte in cui il cielo si aprì

di LUIGI GIRLANDA

Era notte. Nella steppa intorno a Betlemme faceva freddo. Quegli uomini erano abituati al freddo. Facevano la guardia al gregge, estate e inverno, giorno e notte. Sempre. Era il loro lavoro, l’unico che sapevano fare. L’unico che la società permetteva loro di fare. Nessuno li considerava. I Farisei li chiamavano “popolo della terra” con supremo disprezzo. Non si lavavano le mani secondo la Tradizione, non recitavano le benedizioni giuste secondo le regole degli scribi, puzzavano di letame e di pecora. La loro testimonianza non valeva nulla in tribunale.

Giuseppe Ricciotti, nel suo monumentale studio sulla vita di Cristo, spiega che questi uomini erano considerati ladri per definizione, gente da cui stare alla larga, esclusi dalla vita religiosa e sociale. Nessuno li avrebbe mai ammessi nel Tempio di Gerusalemme, a nove chilometri da lì, dove quella notte dormivano il sommo sacerdote, gli scribi, i dottori della Legge – tutti quelli che sapevano le profezie a memoria, che studiavano le Scritture giorno e notte, che aspettavano il Messia promesso.

Ma quella notte, nella steppa, quegli uomini non dormivano. Vegliavano. Come sempre. Come ogni notte dell’anno. Uno guardava le stelle, quelle stelle che conosceva così bene, sempre uguali, sempre silenziose, sua unica compagnia nelle veglie infinite. Un altro raccontava una storia per ingannare il tempo. Parlavano del censimento romano, delle tasse da pagare, della miseria crescente. Il loro mondo era quello: la notte, le stelle, le pecore, il silenzio della steppa.

Poi il silenzio si ruppe.

Quando il cielo si apre

All’improvviso – Luca scrive proprio “all’improvviso” – un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce (Lc 2,9). Luce. Un angelo. Si buttarono a terra. Uno abbracciò l’altro. Qualcuno nascose il volto con le mani. Terrore. Erano abituati ai lupi, ai ladri, alle tempeste, al freddo delle notti d’inverno. Ma questo era diverso. Questo era il cielo che si apriva sopra le loro teste. Questa era una manifestazione divina.

Non temete (Lc 2,10), disse l’angelo. Ma come potevano non essere paralizzati dalla paura? La gloria di Dio dovrebbe stare nel Tempio di Gerusalemme, splendente nelle vesti sacre del sommo sacerdote, custodita nei rotoli degli scribi. Non qui, nella steppa, tra il letame e le pecore. Non per dei miserabili che nessuno considera degni nemmeno di entrare nel cortile del Tempio. Eppure era qui. L’angelo era qui. Per loro.

Vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore (Lc 2,10-11). Per voi. L’angelo disse “per voi”. Proviamo a capire cosa significò per quegli uomini sentire quelle parole. L’angelo di Dio stava parlando a loro. Non era andato al Tempio. Non aveva cercato il sommo sacerdote. Non aveva svegliato gli scribi che conoscevano le Scritture. Era venuto qui, nella steppa, da loro. Da questi straccioni che nessuno considerava. A loro veniva annunciata la testimonianza più grande della storia: è nato il Messia. Oggi. A Betlemme. A pochi chilometri da dove si trovavano.

Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia (Lc 2,12). Quella parola dovette colpirli. Conoscevano bene le mangiatoie. Ci mettevano il fieno per gli animali ogni giorno. Il Messia, il Re promesso da secoli, il discendente di Davide che avrebbe liberato Israele – nella mangiatoia. Come un agnello. Come le loro pecore.

E poi il cielo esplose di luce e di canto. Luca scrive: E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio (Lc 2,13). Ricciotti ci fa immaginare la scena: migliaia di angeli. Decine di migliaia. Il cielo intero spalancato sopra la steppa, ogni angolo riempito di creature luminose che cantavano tutte insieme: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama (Lc 2,14).

Proviamo a immaginare cosa provarono in quel momento. Il terrore del primo istante si mescolò con stupore, meraviglia, gioia. Piangevano. Uno, guardando quel cielo spalancato, quella moltitudine infinita che cantava, pensò: “Dunque è vero. Dio non ci ha dimenticati. Lui si è ricordato di noi, gli ultimi”.

Perché quegli uomini erano davvero gli ultimi degli ultimi. Nessuno si ricordava mai di loro. E il cielo si era aperto per loro. Gli angeli – migliaia di angeli – cantavano per loro.

A Gerusalemme, nove chilometri più in là, centinaia di sacerdoti dormivano tranquilli nei loro letti. Il coro degli angeli riempiva il cielo poco lontano, migliaia di voci celesti cantavano la nascita del Messia che loro aspettavano da secoli. Non sentirono nulla. Non videro nulla. Non si svegliarono.

I pastori invece videro tutto. Sentirono tutto. Furono i primi testimoni. Ricciotti scrive una frase che vale tutto il suo monumentale studio: “Dio si fa trovare da chi lo cerca. Anche se chi cerca è un pastore analfabeta che veglia il gregge nella notte”.

La corsa nella notte

Quando il cielo si richiuse e gli angeli scomparvero, i pastori rimasero lì. Si guardarono l’un l’altro. Cercavano conferma. Avevano visto la stessa cosa? Era stato reale? O erano impazziti tutti insieme? Poi uno parlò, con la voce ancora tremante: Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere (Lc 2,15).

Lasciarono le pecore lì, nella steppa. In qualsiasi altra circostanza sarebbe stato impensabile. Lasciare il gregge incustodito significava esporlo ai lupi, ai ladri. Significava perdere tutto. Ma quella notte non potevano aspettare. Non potevano calcolare, ragionare, essere prudenti. Corsero. Luca dice andarono senz’indugio (Lc 2,16). Con quella fretta che nasce dalla gioia, non dal dovere. Con quella fretta di chi ha visto il cielo aprirsi e adesso deve vedere, toccare, credere fino in fondo.

Betlemme non era lontana. Pochi chilometri. Arrivarono al villaggio. Cercarono. Una grotta, una mangiatoia. L’angelo aveva dato il segno. E lo trovarono. Esattamente come aveva detto. Una grotta ai margini del villaggio. La luce fioca di una lucerna. Ed erano lì: Maria, Giuseppe, il bambino nella mangiatoia.

Si fermarono sulla soglia. Ebbero paura di entrare. Pensarono: “Noi? Qui? Noi che puzziamo, che siamo immondi?”. Ma poi entrarono piano. In punta di piedi. E quando videro il bambino, si inginocchiarono. Questi uomini rozzi si prostrarono davanti al Re dei re. Primi. Prima di chiunque altro al mondo. Prima dei Magi che sarebbero arrivati da lontano. Prima dei dottori, prima dei sacerdoti.

Maria li guardò. Aveva appena partorito, sola, in quella grotta. Giuseppe avrà fatto del suo meglio, ma era un uomo, non sapeva cosa fare. Maria aveva fasciato il bambino con le fasce portate da Nazareth, lo aveva adagiato nella mangiatoia da sola perché non c’era altro posto. E adesso vedeva questi uomini che puzzavano di pecora entrare, inginocchiarsi, e piangere.

Luca scrive che Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore (Lc 2,19). Conservava come si conserva un tesoro. Le parole dell’angelo a lei mesi prima. Il turbamento. Il sì. Poi le parole dell’angelo a Giuseppe in sogno. E adesso questi pastori che le raccontavano di un cielo spalancato, di migliaia di angeli, di un coro che aveva riempito la notte.

Li accolse. Non disse “siete immondi, andate via”. Li accolse. Sorrise. Capì, vedendo le loro lacrime, che anche a loro Dio aveva parlato. Che anche loro erano stati scelti. Che la gloria del cielo non aveva disprezzato la loro miseria. I pastori rimasero lì, nella grotta, non sappiamo quanto. Adorarono in silenzio. Guardarono quel bambino nella mangiatoia. Il Re promesso. Il Messia. Lì, tra loro, tra gente come loro.

Poi dovettero tornare. Il gregge era rimasto solo. Lo fecero correndo. Luca scrive che i pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto (Lc 2,20). Non stavano zitti. Cantavano. Le stesse parole degli angeli: Gloria a Dio nel più alto dei cieli! Ridevano. Piangevano ancora. Come fanno quelli che hanno visto qualcosa di troppo grande per essere contenuto in un cuore umano.

Tornarono alla steppa. Al freddo di quella notte di dicembre. Al disprezzo di sempre. Non era cambiato nulla nella loro vita esteriore. Il giorno dopo sarebbero stati ancora “popolo della terra”, ancora esclusi, ancora disprezzati. Nessuno li avrebbe creduti se avessero raccontato quello che avevano visto. I Farisei avrebbero riso: “Avete visto degli angeli? Migliaia di angeli? Sì, certo. Avete bevuto troppo?”. Gli scribi avrebbero scosso la testa con condiscendenza. Il sommo sacerdote non li avrebbe nemmeno ricevuti.

Ma loro sapevano. Avevano visto. Avevano sentito. Avevano toccato – forse – le fasce del bambino. Avevano guardato negli occhi Maria. E nessuno avrebbe potuto togliere loro questo.

Quella notte, quando tornarono alla veglia, uno di loro guardò di nuovo le stelle. Le stesse di sempre. Le conosceva a memoria. Ma adesso erano diverse. Adesso sapeva cosa c’era oltre. Aveva visto il cielo aprirsi come un sipario, migliaia di angeli cantare, adorato Dio diventato bambino. Le stelle non sarebbero mai più state le stesse.

Il contrasto che resta

Duemila anni sono passati. Il contrasto resta. Identico. Spaventosamente identico.

Ci sono teologi, vescovi, cardinali e pastori supremi che dormono mentre il cielo parla. Hanno le cattedre, i titoli, i paramenti. Hanno studiato. Sanno tutto, o credono di sapere tutto. Ma dormono. Non vedono i segni. Non sentono quando il cielo parla. Troppo occupati a discutere, a cambiare, ad “aggiornare” tutto. Troppo impegnati a rendere la dottrina “più vicina all’uomo moderno”. Come quegli scribi di Gerusalemme: sapevano le profezie a memoria, ma quella notte dormivano tranquilli mentre il cielo si apriva a nove chilometri da lì.

E ci sono fedeli che vegliano. Soli. Invisibili. Disprezzati. Chiamati “rigidi”, “tradizionalisti”, come quei pastori erano chiamati “popolo della terra”. Gente che si ostina a credere ancora che la Messa sia un sacrificio, non una cena. Che prega il Rosario. Che va in ginocchio alla Comunione. Che crede ancora che ci sia un Inferno, un Paradiso, un Purgatorio. Che crede ancora nel peccato.

Il clero ufficiale li guarda come i Farisei guardavano i pastori. Con lo stesso disprezzo. Li emargina. Li deride. Li taccia di “fondamentalismo” perché credono che il Vangelo sia vero, tutto vero, letteralmente vero.

Ma forse, proprio a loro, il cielo sta parlando. Come parlò a quei pastori. Perché Dio non è cambiato. Chi si crede sapiente, giusto, degno, non vede. Chi sa di essere nulla, vede. I sacerdoti di quella notte conoscevano le profezie. Sapevano tutto. Ma dormivano. I pastori non sapevano nulla. Ma vegliavano. E videro.

I sacerdoti sapevano dove cercare il Messia. Sapevano che doveva nascere a Betlemme. Ma dormivano. E non trovarono nulla. I pastori cercavano, senza nemmeno sapere cosa cercavano. E trovarono. Ricciotti aveva ragione: “Dio si fa trovare da chi lo cerca”. Quella notte, nella steppa di Betlemme, il cielo si aprì per chi vegliava. E si chiuse per chi dormiva.

Non è cambiato nulla.