di LUIGI GIRLANDA
Di Giuseppe sappiamo tutto e niente. Sappiamo che ha protetto Maria. Che ha salvato Gesù da Erode. Che gli ha insegnato un mestiere. Che lo ha cresciuto per trent’anni. Ma non abbiamo una sola sua parola. Nei quattro Vangeli canonici, Giuseppe non parla mai. Nemmeno una volta. Zero. Silenzio totale.
Eppure è uno dei protagonisti del Natale. Come si fa a essere protagonisti senza mai aprire bocca? Come si fa a essere essenziali restando nascosti? Giuseppe ci mostra che si può. Anzi, ci mostra che forse è l’unico modo.
Il saluto nascosto di Dante
Paradiso, canto XXXIII. L’ultimo canto della Divina Commedia. San Bernardo pronuncia la preghiera alla Vergine, preparando Dante alla visione di Dio. Versi altissimi, tra i più celebri della letteratura mondiale. Ma c’è qualcosa di nascosto in quei versi. Qualcosa che per secoli è sfuggito ai lettori distratti.
Prendete le terzine che vanno dal verso 19 al verso 39. Sono sette terzine consecutive. Guardate la prima lettera di ciascuna terzina, quella con cui inizia il verso. La prima terzina inizia con “I”. La seconda con “O”. La terza con “S”. La quarta con “E”. La quinta con “P”. La sesta con “A”. La settima con “V”.
I-O-S-E-P-A-V.
Iosep av. Ave Giuseppe.
Dante, nel punto più alto del suo poema, mentre sta per descrivere la visione di Dio stesso, nasconde un acrostico. Un saluto discreto, silenzioso, a Giuseppe. Non lo nomina esplicitamente. Non gli dedica versi. Ma lo omaggia in segreto, con un artificio che richiede sette terzine perfettamente orchestrate. Un saluto che deve essere scoperto, cercato, meritato. Esattamente come Giuseppe stesso: presente ma nascosto, essenziale ma silenzioso, protagonista che non appare.
C’è qualcosa di profondamente appropriato in questo. Perché Giuseppe è esattamente così: custode silenzioso del Mistero. L’uomo che protegge senza gridare, che ama senza rivendicare, che serve senza pretendere di essere servito. E Dante, il più grande poeta della cristianità, lo omaggia proprio così: in silenzio, con un acrostico nascosto, con un saluto che bisogna cercare per trovare.
L’uomo giusto davanti al mistero
Matteo lo introduce con due parole: «Giuseppe, uomo giusto» (Mt 1,19). Nella Bibbia, essere “giusto” è forse più importante di essere “buono”. Il primo uomo giusto della Scrittura è Noè. E Giuseppe gli assomiglia: entrambi costruttori (Noè l’arca, Giuseppe le case), entrambi salvatori silenziosi, entrambi padri che custodiscono la vita. Entrambi uomini che sanno scomparire una volta compiuta la missione.
Ma cosa significa questa giustizia per Giuseppe? Matteo ce lo spiega subito. Maria è incinta. Giuseppe sa di non essere il padre. La Legge era chiara: una donna trovata incinta prima del matrimonio poteva essere lapidata. Giuseppe aveva il diritto, anzi il dovere, di denunciarla pubblicamente. Ma ecco la sua giustizia: «Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto» (Mt 1,19).
“In segreto”. Giuseppe non vuole accusarla pubblicamente di adulterio, perché questo significherebbe condanna a morte. Ma ripudiarla in segreto, senza spiegazioni, sarebbe comunque una rottura. Una separazione silenziosa. Giuseppe proteggerebbe la vita di Maria, ma si ritirerebbe dalla sua. È la soluzione di un uomo che non sa. Non sa cosa sia accaduto davvero. Vede solo il fatto: Maria è incinta, lui non è il padre. E invece di distruggerla, pensa di farsi da parte. Sceglie di perdere lui piuttosto che far perdere lei. Ma prima che possa agire, arriva l’angelo.
L’uomo dei quattro sogni
Non mentre Giuseppe prega. Non mentre è sveglio. Nel sonno. «Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore» (Mt 1,20). Giuseppe è l’uomo dei sogni. Dio gli parla attraverso i sogni. Quattro volte. Quattro messaggi. Quattro obbedienze immediate.
Primo sogno: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo» (Mt 1,20). Svegliatosi, fa esattamente ciò che l’angelo ha detto. Nessuna domanda. Nessun dubbio. Nessuna richiesta di prove. L’angelo ha parlato, Giuseppe obbedisce.
Secondo sogno: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo» (Mt 2,13). Si alza nella notte. Prende Maria e Gesù. Parte per l’Egitto. Subito. Senza esitare. Senza chiedere perché, quanto tempo, dove, con quali mezzi.
Terzo sogno, in Egitto, dopo la morte di Erode: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nel paese d’Israele» (Mt 2,20). Si sveglia. Torna in Israele con Maria e Gesù.
Quarto sogno: avvertito di non andare in Giudea, dove regnava Archelao, Giuseppe «si ritirò nelle regioni della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nazaret» (Mt 2,22-23). Anche qui, obbedienza immediata.
Quattro sogni, quattro obbedienze. Nessuna parola di Giuseppe registrata. Solo azioni. L’angelo parla, Giuseppe agisce. È l’uomo che custodisce il Mistero senza pretendere di comprenderlo, che obbedisce senza discutere, che protegge senza rivendicare.
Giuseppe, figlio di Davide: la regalità silenziosa
C’è un dettaglio che Matteo ripete con ostinazione e che spesso viene sottovalutato: Giuseppe è chiamato «figlio di Davide» (Mt 1,20). Non è un titolo poetico né un richiamo generico. È un dato giuridico e storico. Le promesse messianiche fatte a Davide parlavano di un discendente che avrebbe regnato per sempre sul suo trono. Il Messia, secondo le Scritture, doveva appartenere alla casa di Davide. Senza questa appartenenza, ogni pretesa messianica sarebbe stata facilmente smontabile.
Gesù non è figlio biologico di Giuseppe. Eppure è Giuseppe che gli dà il nome. Nel mondo ebraico, dare il nome significa riconoscere legalmente un figlio. Con quel gesto silenzioso, Giuseppe inserisce Gesù nella genealogia davidica. Non per via di sangue, ma per via di diritto. È una paternità vera, pienamente efficace sul piano giuridico. Senza Giuseppe, Gesù sarebbe stato un predicatore carismatico privo di legittimità dinastica. Con Giuseppe, Gesù è a tutti gli effetti “figlio di Davide”.
Matteo lo sa benissimo. Per questo apre il suo Vangelo con una lunga genealogia che culmina in Giuseppe, non in Maria: «Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo» (Mt 1,16). Tutta la linea regale passa da lì. Giuseppe è il garante storico e legale della messianicità di Gesù. Senza pronunciare una parola, compie un atto decisivo per la storia della salvezza.
E qui emerge ancora una volta la sua grandezza nascosta. Non è lui il re. Non è lui il Messia. Ma è colui che rende possibile, nella storia concreta, il compimento delle promesse. Custodisce la regalità di Cristo senza esercitarla su di sé. Trasmette un titolo che non userà mai. È l’anello silenzioso che collega Davide al Bambino deposto nella mangiatoia.
La nascita nella grotta: riserbo e tradizione storica
Luca si limita a un dettaglio essenziale: «lo pose in una mangiatoia» (Lc 2,7). Ma questo particolare, letto nel contesto storico e antropologico della Palestina del tempo, è tutt’altro che secondario. La mangiatoia presuppone una stalla, e la stalla, nella prassi palestinese, coincide quasi sempre con una grotta scavata nella roccia, situata ai margini del villaggio o in prossimità delle abitazioni. Non una stanza domestica, dunque, ma un ambiente separato, destinato agli animali.
Seguendo in questo la ricostruzione storica proposta da Ricciotti, la nascita di Gesù va collocata proprio in una grotta-stalla. Non perché Giuseppe fosse povero o indigente — egli era un tekton, un costruttore qualificato, con un mestiere solido e rispettato — ma perché le circostanze concrete lo richiesero. Betlemme, nei giorni del censimento, era affollata oltre misura; gli alloggi comuni erano colmi, e le abitazioni private, spesso costituite da un unico ambiente condiviso, offrivano ben poca riservatezza.
Nell’imminenza del parto, ciò che Maria cercava non era comodità, ma riserbo. La grotta-stalla rispondeva a questa esigenza: un luogo appartato, silenzioso, protetto. Giuseppe vi predispose alla meglio un giaciglio, vi sistemò la mangiatoia, e lì Maria diede alla luce il Figlio. Non si tratta di un espediente narrativo né di una lettura simbolica, ma di una tradizione antichissima, attestata ben al di fuori dei Vangeli.
Giustino Martire, nel II secolo, parla esplicitamente della nascita in una grotta; Origene ne conferma l’esistenza come luogo venerato; Girolamo, che visse a lungo a Betlemme, la conosce e la indica. Su quella stessa grotta, nel IV secolo, Costantino fece edificare la grande basilica tuttora esistente. Siamo di fronte a uno dei luoghi della vita di Gesù meglio attestati dalla tradizione storica cristiana, come Ricciotti sottolinea con forza nella sua analisi.
Ancora una volta, il silenzio di Giuseppe è eloquente. Non discute, non rivendica, non spiega. Accetta per il Figlio di Dio un inizio umile e appartato, non per necessità economica, ma per custodia del Mistero. È il suo modo di servire: fare ciò che è giusto, nel silenzio, lasciando che la storia della salvezza passi attraverso scelte concrete e invisibili.
La grandezza nascosta
Giuseppe scompare dai Vangeli dopo l’episodio dello smarrimento di Gesù dodicenne al Tempio. E qui vale la pena sottolineare un indizio di attendibilità storica non indifferente. Nessun falsario infatti avrebbe mai immaginato un episodio in cui si dice che i genitori del Figlio di Dio non solo smarriscono Colui che è stato loro affidato dal Cielo, ma addirittura che si accorgono della scomparsa dopo un intero giorno di viaggio.
Rileggiamo le parole di Luca: “Finita la festa, ripresero il viaggio di ritorno. Ma Gesù rimase in Gerusalemme senza che i genitori se ne accorgessero. Credevano che anche lui fosse in viaggio con la comitiva. Dopo un giorno di cammino, si misero a cercarlo tra parenti e conoscenti” (Lc 2, 43-44).
Come altro spiegare un episodio così imbarazzante per la comunità primitiva (Giuseppe e Maria che appaiono quasi, Dio ci perdoni, come genitori poco responsabili che per un giorno intero nemmeno si preoccupano di sapere se il loro figlio è davvero con la comitiva di viaggio) se non con la ragione che, volenti o nolenti, quello era accaduto? I Vangeli mostrano una fedeltà assoluta ai fatti anche quando devono raccontare episodi di cui si sarebbe volentieri fatto a meno.
Il racconto prosegue con Maria che dice: «Tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo» (Lc 2,48). Giuseppe è chiamato padre. E lo è davvero. Ma Gesù risponde: «Io devo occuparmi delle cose del Padre mio» (Lc 2,49). Un altro Padre. Luca aggiunge: «Essi non compresero» (Lc 2,50). Anche Giuseppe non capisce. E dopo questo episodio, esce di scena.
Quando Gesù inizia il ministero pubblico, Giuseppe non c’è più. È probabilmente morto. Non sappiamo quando. Non sappiamo come. Nessun racconto. Nessuna parola. Scompare come ha vissuto. Eppure Giuseppe parla continuamente con le azioni. Ogni gesto è una frase: preferisco perdere io piuttosto che distruggere lei; credo anche quando non capisco; la vita di questo Bambino vale più della mia sicurezza; obbedisco anche quando non so dove mi porta l’obbedienza; ho finito, Lui deve crescere, io diminuire.
Conclusione: l’uomo che si fa da parte
Ed è perfetto così. Ha protetto Maria. Ha salvato Gesù. Ha dato al Figlio di Dio un nome, una famiglia, una dignità. Senza Giuseppe, Gesù sarebbe stato un figlio illegittimo. Con Giuseppe, è Gesù di Nazaret. E quando tutto è compiuto, Giuseppe fa l’ultima cosa che un vero padre deve fare: si fa da parte.
È questo che fa di Giuseppe il patrono dei padri: non la perfezione, ma la grandezza nascosta. L’uomo che custodisce il Mistero più grande della storia nel modo più grande possibile: in silenzio, con fedeltà, fino alla fine.

































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