di LUIGI GIRLANDA
Per nove giorni, da oggi (martedì 16 dicembre 2025) fino alla Vigilia di Natale, accompagneremo il cammino verso la grotta di Betlemme attraverso i personaggi che hanno vissuto, testimoniato e riconosciuto – o rifiutato – l’evento più straordinario della storia umana: Dio che si fa carne. Non lo faremo con la disinvoltura di chi racconta belle favole edificanti, ma con l’attenzione di chi sa che il cristianesimo sta o cade sulla storicità di ciò che annuncia. Se Cristo non è risorto, scriveva Paolo, vana è la nostra fede. E prima ancora: se Cristo non è nato davvero, se non si è davvero incarnato in un tempo e in un luogo precisi, tutto il resto crolla.
I racconti della nascita e dell’infanzia di Gesù – presenti solo nei Vangeli di Matteo e Luca – sono sempre stati considerati dalla critica scettica come i meno attendibili dal punto di vista storico. Troppo miracolosi, troppo teologici, troppo “costruiti”. Angeli che appaiono, vergini che concepiscono, stelle che guidano i Magi, anziane che partoriscono: tutte cose che farebbero sorridere una mente razionale moderna. Eppure, proprio analizzando questi racconti con attenzione critica emerge qualcosa di sorprendente: è la prospettiva del credente quella più vicina alla ragione. Chi nega l’attendibilità storica dei Vangeli dell’infanzia deve ignorare una serie impressionante di dettagli storici verificabili, di coerenze narrative, di testimonianze convergenti.
Il vero libero pensatore, oggi come sempre, risulta essere proprio il credente, perché non deve costruire castelli di ipotesi per salvaguardare il proprio schema mentale. Chi nega deve moltiplicare le congetture, inventare complotti, spiegare coincidenze impossibili, postulare invenzioni letterarie talmente sofisticate da richiedere uno sforzo di credulità maggiore di quello richiesto per accettare il miracolo. Chi crede può semplicemente leggere i testi per quello che sono: testimonianze storiche di eventi straordinari.
Iniziamo il nostro viaggio da due anziani coniugi – Zaccaria, sacerdote dell’ebraismo, ed Elisabetta, cugina della Madonna (le loro madri erano sorelle), genitori di colui che sarà Giovanni Battista (a cui dedicheremo l’intero articolo di domani). Il loro incontro con il soprannaturale contiene un indizio storico così preciso che solo duemila anni dopo, nelle grotte del deserto di Giuda, l’indizio stesso avrebbe trovato la conferma archeologica della sua attendibilità.
L’indizio nascosto: il turno sacerdotale e il 25 dicembre
Luca scrive con precisione notarile: «Al tempo di Erode, re della Giudea, vi era un sacerdote di nome Zaccaria, della classe di Abia» (Lc 1,5). E aggiunge: «Avvenne che, mentre Zaccaria svolgeva le sue funzioni sacerdotali davanti al Signore durante il turno della sua classe, gli toccò in sorte, secondo l’usanza del servizio sacerdotale, di entrare nel tempio del Signore per fare l’offerta dell’incenso» (Lc 1,8-9).
Il re Davide aveva organizzato i sacerdoti in ventiquattro classi, ciascuna delle quali prestava servizio al Tempio due volte l’anno, in un ordine immutabile. La classe di Abia era l’ottava. Questo era verificabile da chiunque vivesse in Giudea. Se Luca avesse voluto inventare un racconto simbolico, avrebbe scelto la prima classe o una dal nome più significativo. Invece sceglie l’ottava, Abia, un dettaglio facilmente smentibile se falso. E scrive quando il Tempio è ancora in piedi, prima del 70 d.C.
Ma quando cadeva il turno di Abia? Per secoli rimase un mistero. Poi, nel 1947, a Qumran furono scoperti manoscritti con informazioni dettagliate sul culto del Tempio. Il professor Shemarjahu Talmon dell’Università Ebraica di Gerusalemme riuscì a calcolare l’ordine cronologico delle classi sacerdotali: la classe di Abia entrava nel Tempio tra il 23 e il 30 settembre.
Facciamo i calcoli: se Zaccaria riceve l’annuncio il 23 settembre ed Elisabetta concepisce subito dopo, Giovanni Battista nasce intorno al 24 giugno. Il Vangelo specifica che l’Annunciazione a Maria avviene «nel sesto mese» (Lc 1,26) dopo il concepimento di Elisabetta, quindi verso il 25 marzo. Nove mesi dopo: 25 dicembre. Non è una coincidenza simbolica, ma un indizio storico che trova conferma archeologica duemila anni dopo. Chi avrebbe inventato un dettaglio così preciso e verificabile? Come avrebbe potuto Luca “indovinare” che un documento sepolto nel deserto avrebbe confermato la sua cronologia?
Due giusti e l’annuncio nel Tempio
L’evangelista descrive i due coniugi con una formula solenne: «Ambedue erano giusti davanti a Dio e osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore. Essi non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni» (Lc 1,6-7). Sono dikaioi, giusti: nella tradizione biblica questo termine non indica semplicemente chi osserva le regole, ma chi vive in piena comunione con Dio. Come Noè, come Giobbe, come i “poveri di YHWH” che attraversano l’Antico Testamento mantenendo viva l’attesa messianica. Rappresentano il meglio dell’Israele fedele.
Ma c’è una contraddizione apparente: sono giusti davanti a Dio, eppure senza figli. E il testo aggiunge: «tutti e due erano avanti negli anni». Anziani e biologicamente impossibilitati a generare. La loro situazione richiama altre coppie della Scrittura: Abramo e Sara, Elkanà e Anna. Dio sembra compiacersi di scegliere situazioni umanamente disperate per manifestare la sua potenza. Quando accade l’impossibile, nessuno può attribuire il merito all’uomo: è un atto creativo che viene interamente da Dio. Il Natale comincia sempre così: da ciò che è impossibile secondo la logica umana, da speranze infrante, da morte biologica.
Zaccaria è nel Tempio, nel luogo più sacro d’Israele, davanti all’altare dell’incenso. È il suo turno. Gli è toccato in sorte di entrare nel santuario per l’offerta dell’incenso, occasione più unica che rara per un sacerdote. Mentre lui è dentro, «tutta l’assemblea del popolo stava fuori in preghiera» (Lc 1,10). Il racconto conosce la liturgia del Tempio: il sacerdote entrava da solo mentre il popolo attendeva fuori. Qui emerge il contrasto fondamentale: è l’uomo che va verso Dio secondo lo schema dell’Antica Alleanza, fatto di luoghi sacri, ore prestabilite, rituali codificati.
«Apparve a lui un angelo del Signore, ritto alla destra dell’altare dell’incenso» (Lc 1,11). Gabriele annuncia al sacerdote che avrà un figlio speciale: «Sarà grande davanti al Signore… sarà colmato di Spirito Santo fin dal seno di sua madre e ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio. Egli camminerà innanzi a lui con lo spirito e la potenza di Elia» (Lc 1,15-17). Il Precursore. L’ultimo profeta dell’Antica Alleanza che annuncerà l’arrivo della Nuova.
Ma il sacerdote dubita: «Come potrò mai conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni» (Lc 1,18). È un dubbio comprensibile, umano. Ha davanti agli occhi l’evidenza biologica. La risposta dell’angelo è severa: «Io sono Gabriele, che sto dinanzi a Dio… ed ecco, tu sarai muto» (Lc 1,19-20). Il silenzio che segue non è solo punizione, ma pedagogia divina. Zaccaria dovrà imparare ad ascoltare invece di parlare, a tacere le obiezioni razionali, a fare spazio al mistero. Il silenzio è svuotamento dell’io, preparazione all’ascolto, gestazione spirituale parallela alla gestazione fisica di Elisabetta.
Il rovesciamento: Dio che va dall’uomo
Sei mesi dopo, Gabriele torna. Ma tutto è rovesciato. Non è più l’uomo che va nel Tempio: è l’angelo che va dalla donna. «Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine» (Lc 1,26). Non più Gerusalemme, ma Nazaret. Non più il Tempio, ma una casa. Perché Maria è il vero Tempio, il tabernacolo vivente in cui il Verbo si farà carne. L’Incarnazione significa questo: Dio scende verso l’uomo.
Zaccaria chiede un segno e viene ridotto al silenzio. Maria chiede una spiegazione e riceve risposta. Zaccaria dubita della possibilità; Maria chiede la modalità. Quando la Vergine pronuncia il suo «Fiat» – «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38) – diventa Corredentrice, cooperatrice libera e consapevole dell’opera redentrice. Non spettatrice passiva, ma strumento reale e necessario.
Questo titolo di Corredentrice – che papi, dottori della Chiesa e santi autenticamente cattolici hanno sempre riconosciuto – è stato incredibilmente messo in discussione dalla neo chiesa vaticansecondista. Non per un autentico approfondimento dottrinale, ma per un impoverimento teologico che teme la grandezza del mistero. Maria non oscura Cristo: lo rende possibile nella storia.
Elisabetta, la prima testimone del mistero
Quando Maria, subito dopo l’Annunciazione, si mette in viaggio verso la casa della cugina – il testo dice «in fretta», con l’urgenza dello Spirito – accade qualcosa di straordinario: «Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo» (Lc 1,41). Elisabetta, colmata di Spirito Santo, esclamò: «A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?» (Lc 1,43).
Elisabetta è la prima a riconoscere il mistero dell’Incarnazione. Prima degli angeli ai pastori, prima dei Magi guidati dalla stella, prima di Simeone nel Tempio. Una donna anziana riconosce nella giovane parente – che non mostra ancora segni esteriori di gravidanza – la Madre del Signore. Come fa? Il racconto è chiaro: «fu colmata di Spirito Santo». È rivelazione divina, non intuizione umana. Ed è significativo che sia proprio Elisabetta, che ha sperimentato sulla propria carne l’impossibile reso possibile, a essere la prima testimone credibile del miracolo ancora più grande che si sta compiendo in Maria.
E Giovanni, ancora nel grembo materno, sussulta. Il Precursore riconosce Colui che deve annunciare prima ancora di nascere. Il suo compito è già chiaro: diminuire perché Cristo cresca, essere voce che annuncia il Verbo, preparare la strada e poi farsi da parte.
Il silenzio che prepara la lode
Per nove mesi Zaccaria non può parlare. Un sacerdote, la cui funzione è pronunciare benedizioni, è ridotto al silenzio proprio mentre si compie il miracolo più grande. Ma quel silenzio non è vuoto: è gravido di attesa, come il grembo di Elisabetta. Alla circoncisione, quando tutti vogliono chiamare il bambino Zaccaria, Elisabetta si oppone: «No, si chiamerà Giovanni» (Lc 1,60). Il sacerdote prende una tavoletta e scrive: «Giovanni è il suo nome» (Lc 1,63). Nome che significa: Dio ha fatto grazia.
In quell’istante «gli si sciolse la lingua» (Lc 1,64). Le prime parole dopo mesi di silenzio sono di benedizione. Il silenzio ha convertito il dubbio in adorazione. Zaccaria intona il Benedictus: «Benedetto il Signore, Dio d’Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo» (Lc 1,68). Il sacerdote dell’Antica Alleanza diventa profeta della Nuova.
Zaccaria ed Elisabetta ci insegnano che Dio non dimentica mai i suoi fedeli. Possono passare decenni, le speranze possono sembrare infrante, l’attesa può sembrare inutile. Ma quando Dio agisce, nel suo tempo, capovolge tutto. Ci insegnano che la vera razionalità non esclude il miracolo, ma lo riconosce quando accade. Che lo scetticismo sistematico non è ragione, ma ideologia mascherata. E che il Natale comincia sempre così: da un sacerdote ammutolito, da una donna anziana che concepisce l’impossibile, da un indizio storico che continua a parlare.



































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