Per dare un segnale di destra, la Lega ha deciso che i problemi di Gubbio – visti da chi ha spezzato il dominio della sinistra dopo 78 anni – si risolvono intitolando una via ai Martiri delle Foibe.
Il gruppo consiliare ha chiesto con un atto formale alla Giunta Fiorucci di intitolare la via attraverso un’interrogazione in cui ha ricordato che fece analoga iniziativa nel precedente Consiglio Comunali il 12 dicembre 2019, ottenendo il voto di larga maggioranza trasversale da tutti i gruppi politici eugubini (con un solo voto contrario dei Comunisti).
“Il Consiglio Comunale – scrive la Lega – aveva giustamente valutato che nella memoria pubblica non devono esserci morti di serie A e morti di serie B e l’allora sindaco Stirati si era pubblicamente impegnato ad attuare la decisione. Dalla delibera del 2019 sono però passati ben cinque anni ma l’impegno preso dall’ex Sindaco Stirati con il Consiglio non è mai stato attuato e ora il Gruppo Lega Gubbio ritiene che con la nuova Giunta Fiorucci sia finalmente arrivato il momento di mantenere la promessa intitolando una strada al ricordo delle vittime dell’eccidio anche a Gubbio, cosi come è stato fatto in quasi tutte le città e i comuni italiani e umbri”.








































SECONDA GUERRA MONDIALE – GLI EFFETTI PER L’ITALIA CON PERDITA DELLA VENEZIA GIULIA, ISTRIA E DALMAZIA, E LE PROSPETTIVE APERTE CON L’AVVENTO DELLE NUOVE REPUBBLICHE EX-JUGOSLAVE
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Il grande conflitto iniziato nel settembre 1939, e concluso sei anni più tardi nell’agosto 1945, ebbe decorso relativamente più breve per l’Italia (giugno 1940-aprile 1945). In ogni caso, con uno straordinario numero di Vittime militari e civili, con la perdita delle Colonie, dei Possedimenti, e col sacrificio di cospicue parti del territorio nazionale: in primo luogo, Venezia Giulia, Istria e Dalmazia, da cui ebbe origine un Esodo quasi plebiscitario, con oltre 350 mila profughi senza ritorno. Il trattato di pace fu assai penalizzante: l’Italia divenne uno Stato a sovranità limitata, il cui recupero sia pure parziale avrebbe comportato tempi lunghi.
I profughi trovarono sistemazioni spesso precarie, tanto che una quota importante, nell’ordine di un quinto, fu costretta a scegliere il trasferimento in altri Paesi, con forti preferenze per Stati Uniti, Sudamerica, Australia ed Europa occidentale. Molti vissero a lungo nei 115 campi di raccolta presenti in tutta Italia, alcuni dei quali rimasero in attività sino alla fine degli anni Sessanta, a causa di gravi problemi come quello degli alloggi, tanto più sentito alla luce delle forti distruzioni immobiliari, oltre che infrastrutturali, causate dalla guerra, senza dire delle difficoltà, in specie finanziarie, della ricostruzione.
Nondimeno, il mondo Esule riuscì a conservare per molto tempo la propria unità linguistica e culturale, e naturalmente, un carattere italiano assai sentito, suffragato dall’abbandono delle terre avite, nell’ordine dei nove decimi. In qualche misura, ciò avrebbe agevolato, se non altro per i giovani e per coloro che possedevano un’adeguata formazione professionale, il recupero di apprezzabili condizioni lavorative o professionali, cui contribuirono anche la naturale propensione alla scelta di valori democratici e solidali, nonostante le opposizioni di Estrema Sinistra, Inizialmente assai consistenti e pervicaci.
Gli Esuli giuliani, istriani e dalmati furono capaci di organizzarsi sin dagli inizi. Non a caso, nel giugno 1945 venne pubblicato un Manifesto con la denunzia dei crimini perpetrati da parte slava, mentre nel successivo luglio sarebbe uscito il primo numero de L’Arena di Pola che propugnava, se non altro, la conservazione della sovranità italiana su tutta la fascia occidentale dell’Istria. D’altra parte, la Jugoslavia si era già orientata a favore del disegno di pulizia etnica che avrebbe trovato un’orrenda visibilità nella strage di Vergarolla dell’agosto 1946, in cui si contarono oltre 110 Vittime innocenti.
Dopo il trattato di pace, la tendenza politica italiana, suffragata anche dalla diplomazia, andò evolvendosi verso una linea sostanzialmente compromissoria, cui avrebbe contribuito il presunto disimpegno della Jugoslavia di Tito dall’alleanza con il blocco orientale di stretta osservanza sovietica. Un primo cambiamento ebbe luogo con la scomparsa dello stesso Tito, avvenuta all’inizio degli anni ottanta, e soprattutto alla loro fine, quando l’avvento di una pur difficile struttura democratica e di un miglior dialogo con l’Occidente, avrebbe consento, non senza contrasti, l’avviamento di nuove relazioni possibiliste.
Il resto è storia recente, con la svolta fondamentale del 2004, quando il rapporto dell’Italia con le nuove Repubbliche sorte dopo la dissoluzione della vecchia Jugoslavia e l’avvento delle nuove Repubbliche indipendenti (in primo luogo, Croazia, Serbia e Slovenia, senza escludere Bosnia Erzegovina, Kosovo, Macedonia e Montenegro) avrebbe trovato nuove potenzialità di cooperazione, a loro volta ampliate dall’adesione all’Europa da parte dei Governi Croati e Sloveni, ed a seguire, dalle approvazioni popolari. Oggi, il futuro è sempre “nel grembo di Giove” ma le prospettive sono in movimento.
Laura Brussi Montani