Avete presente? “Al mio segnale, scatenate l’inferno!”. Luca Ward lo dice con quella voce inconfondibile, tra il timbro e l’interpretazione che ne fanno il gladiatore atteso martedì 18 agosto alle 21 al Teatro Romano, dove nel suo spettacolo “Oggi voglio essere me stesso” si racconta senza filtri, svelando la sua vera anima che ha parlato con tante anime.
Si è mai sentito il Gladiatore?
“Sì, quando è morto mio padre. Nel dicembre 1973 avevo 13 anni e lo sono dovuto diventare. Era la colonna portante della famiglia, ci siamo trovati nell’indigenza e ho dovuto prendere gladio, elmo e scudo per combattere una battaglia senza confini in un periodo molto complesso. Mia madre si è ritrovata vedova a 32 anni con tre figli”.
Nel suo spettacolo di successo “Oggi voglio essere me stesso” c’è solo Luca Ward o anche un po’ di Russell Crowe e i tanti che ha doppiato?
“C’è Luca, ho voluto fare lo spettacolo pure per questo e per sfatare molte cose di noi su internet. Siamo persone come tante, facciamo il mestiere che ci piace, ci pagano per giocare, poi leggiamo sui post certe storie di quelli che chiamo i coglioni da tastiera. Qualcuno mi ha detto: tu pensa a fare l’attore. Ma io sono prima un uomo”.
Cosa aspettarsi in un paio d’ore al Teatro Romano?
“Racconto la mia storia e prendo in giro il nostro mondo tra gli aneddoti, il dietro le quinte e le difficoltà. Coinvolgo il pubblico, chiamo sul palco gli spettatori, li faccio partecipare e si divertono sentendosi più vicini all’artista”.
I suoi genitori sono stati attori: si sono accorti subito che lei aveva una voce splendida?
“Ho cominciato a tre anni con i grandi sceneggiati della Rai, avevo una voce da pulcino. Non volevo fare questo lavoro, noi non decidiamo nulla: sono altri a determinare la nostra carriera. Noi possiamo solo essere preparati. Io volevo fare un mestiere in cui fosse accertato che le qualità erano quelle richieste. Perciò mi sono concentrato sul doppiaggio, dove la qualità emerge altrimenti non puoi farlo”.
Cinema, tv e teatro: cosa preferisce?
“Sono contesti diversi, pur se cinema e tv un po’ si somigliano Il cinema è più lento nella realizzazione, c’è meno pressione. Il teatro è l’incontro con il pubblico, si percepisce subito l’audience e sai se è piaciuto veramente. La sensazione è immediata tra quando vedi il pubblico presente e quanto applaude”.
Un attore riesce a vivere almeno un po’ la vita del personaggio che interpreta?
“No, ricordo che in CentoVetrine usavano chiamare con il nome del personaggio. La sarta mi chiamò Massimo e vedeva che non mi giravo. Il mio nome è Luca”.
Dare la voce a un premio Oscar visto dall’Italia le fa anche condividere almeno un po’ di quel riconoscimento?
“Diciamo che sono contento se viene premiato un attore al quale presto la voce, anche perché vuol dire che farà tanti film e quindi lavorerò. Decidono gli americani chi deve doppiare, i provini vengono mandati all’estero e loro scelgono. A me fa piacere quando vengo scelto”.
Meglio voce di un grande film o sul set tv com’è stato per i seguitissimi CentoVetrine ed Elisa di Rivombrosa?
“Ho doppiato tanti film e dare voce a un grande attore è bello. Quando nel 1994 vinsi il provino per 007 era un punto di arrivo. Erano medaglie che ti mettevi. Elisa di Rivombrosa è stato l’ultimo grande sceneggiato, visto in 180 Paesi e che mi ha permesso di lavorare molto all’estero. Oggi una serie di successo è ugualmente importante”.
Lei con Ferruccio Amendola, Tonino Accolla e Giancarlo Giannini siete i campioni olimpici del doppiaggio italiano?
“Da loro tre ho imparato tanto e ce ne sono tantissimi di bravi doppiatori. Nel settore noi italiani siamo dei fenomeni, riusciamo a fare in poche ore ciò che richiede tanto tempo”.
Si chiede mai cosa pensano le star internazionali nel sentirla in lingua italiana?
“Penso che a sentirsi doppiati gli prenda un colpo. A me è successo con Elisa di Rivombrosa a Parigi quando mi sono sentito doppiato in francese. Mi dicono che sono straordinario e fa piacere. Hugh Grant da Fazio disse che sentendomi ogni volta imparava qualcosa”.
L’attore straniero che la intriga di più nel doppiarlo?
“Il più difficile è Samuel Jackson, primo perché ha 10 anni più di me e poi è nero con un’estensione vocale pazzesca che fa tremare la terra. Certi artisti sono talmente bravi”.
Degli attori si dice belli, ricchi e felici: è così?
«Non è vero. Qualcuno sì e buon per loro. Carlo Delle Piane non si può dire che fosse bello, ma sicuramente era bravo. Ricchi in Italia è difficile, abbiamo l’Agenzia delle Entrate che ci fa neri togliendoci il 75 per cento e le paghe sono diminuite. Felici, invece, dipende dalla vita e non dal lavoro. Siamo persone normali e penso ai tanti colleghi che quando hanno bisogno vanno a fare i lavori più umili, mi è capitato di vederne”.
Come se la passa il cinema italiano?
«Se non cambia marcia è finito. Una volta c’erano i grandi produttori che rischiavano, oggi c’è il finanziamento pubblico con la politica che ha rovinato tutto. I nostri film sono monotematici e ci lavorano sempre gli stessi. Per il box office se nom scende in campo Zalone… Lo dico con tristezza e amarezza”.









































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