Ecco un fulgido esempio di come le promesse elettorali vengono fatte diventare notizie che notizie non sono, per la serie il giornalismo piegato alla politica. Il comizio del candidato alla presidenza della Regione, l’europarlamentare piddino Matteo Ricci ed sindaco di Pesaro, sta mandando in scena i “Comizi d’Amore per le Marche” e già il titolo è tutto in programma. Ricci è piombato in piazza Niccolò IV a Cagli, tra i simpatizzanti del Pd, circondato da amministratori della sua parte politica che al momento in Regione Marche e al governo contano praticamente zero (eccezione l’assessore regionale umbro Francesco De Rebotti e il presidente della Provincia di Perugia Massimiliano Presciutti, piddini pure loro, per fare un po’ di scena). C’erano anche Giuseppe Paolini, presidente della Provincia di Pesaro e Urbino, Alberto Mazzacchera, capogruppo consiliare e Alessandro Piccini, candidato consigliere Marche e presidente dell’Unione Montana Catria e Nerone. Un raduno della sinistra marchigiana e umbra.
L’appuntamento voleva essere un segnale chiaro di svolta nel dibattito delle infrastrutture umbro-marchigiane: il potenziamento della Fano–Gubbio (che significa un tratto di circa 22 chilometri) non è un’opera locale, ma una scelta strategica che può ridisegnare i rapporti tra Marche, Umbria e Roma, restituendo competitività, sviluppo e futuro. Un parolaio senza alcun riscontro oggettivo o progetto in itinere. L’ennesima dimostrazione di come la campagna elettorale sia un modo per far abboccare la gente inconsapevole, con la complicità della stampa che pensa di fare cronaca ma invece fa soltanto il gioco della politica che promette e non mantiene.
Ricci ha parlato di viabilità annunciando interventi milionari ben sapendo che non ci saranno. Un po’ come ha fatto Vittorio Fiorucci quando nella corsa a sindaco l’ha sparata grossa annunciando, con l’appoggio del ministro alle Infrastrutture e Trasporti Matteo Salvini poi sparito dalla circolazione, che il tratto a est della variante della strada statale numero 219 Pian d’Assino avrebbe visto il raddoppio (a oggi non c’è uno straccio di documento ufficiale sulla presunta opera pubblica).
Ricci si è divertito lunedì scorso, 15 settembre, ad allietare gli astanti in piazza facendo sapere che la Flaminia è stata dal 220 avanti Cristo la via di collegamento veloce tra Roma e l’Adriatico. Oggi, però, il tratto marchigiano da Fano al confine umbro, è un’infrastruttura marginale, mentre la modernizzazione di questo asse, puntando su Gubbio, rappresenta una scelta decisiva per il futuro delle Marche del nord e dell’Umbria.
Il nodo è duplice: da un lato la statale numero 452 della Contessa, con una galleria problematica e carreggiate strette, dall’altro il tratto della Flaminia tra Acqualagna-Cagli-Cantiano, rimasto a due corsie e teatro negli anni di gravi incidenti. L’ammodernamento – sostiene Ricci come se non fosse noto da decenni – eliminerebbe una grave strozzatura della viabilità marchigiana ed in particolare della Provincia di Pesaro e Urbino.
Inoltre, il potenziamento della Fano-Gubbio avrebbe una ricaduta notevole sull’intera viabilità tra Tirreno e Adriatico, tra ovest ed est d’Italia. I dati altimetrici parlano chiaro: la Galleria della Contessa si trova a circa 646 metri, mentre il nuovo tracciato scenderebbe a circa 550 metri. Quasi 100 metri più in basso, con un valico più sicuro e percorribile. Il confronto con la E45 è eloquente dove con il passo del Verghereto si sale a circa 800 metri, un punto critico in inverno, soggetto a neve e ghiaccio. Il nuovo asse Fano-Gubbio garantirebbe invece percorribilità tutto l’anno senza rischi invernali.
Ma il potenziamento non interessa soltanto il territorio di confine tra Marche e Umbria. È un tema che riguarda l’intera provincia di Pesaro e Urbino che per oltre due millenni si è struttura grazie a questo potente asse viario. In primo luogo Fano, che risente della mancanza di un collegamento rapido con l’Umbria: una carenza che penalizza il turismo e riduce i flussi commerciali.
Non si tratta solo di viabilità, ma di visione politica. Senza infrastrutture moderne le aree si spopolano, le imprese rinunciano a investire. Con un corridoio sicuro tra Fano e Gubbio e dunque da un lato Perugia e Roma e dall’altro Umbertide e Città di Castello-Arezzo, si restituisce centralità a un territorio oggi marginalizzato e si crea un collegamento vitale tra porti, aree produttive e grandi mercati.




































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